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24/04/2026 ore 09.01
Cosenza Calcio

Guarascio rovescia la realtà: il Cosenza non si divide per capriccio, ma per sfiducia

Dagli spalti vuoti al caso Marulla, fino alla cessione evocata e mai chiarita davvero: le parole del presidente chiamano in causa tutti, ma evitano il punto centrale di una frattura costruita nel tempo

di Alessandro Storino

Le parole di Eugenio Guarascio meritano rispetto per il ruolo che ricopre, ma non possono essere accolte senza una replica ferma, lucida e soprattutto aderente ai fatti. Perché nella sua lettera c’è un tentativo evidente di capovolgere la realtà: trasformare una contestazione lunga, diffusa e motivata in un accanimento personale. E invece no. Attorno al Cosenza non si è creato un “fronte compatto” contro un uomo. Si è consolidata, nel tempo, una sfiducia profonda verso la sua gestione.

Quando il presidente parla di attacchi, di ingratitudine, di isolamento, sceglie di non vedere. Gli spalti non sono vuoti per disamore verso il Cosenza. Sono vuoti, semmai, proprio perché l’amore per il Cosenza è stato portato a una forma estrema di protesta. La tifoseria ha deciso di colpire il contorno per far sentire il peso del proprio dissenso verso il vertice societario. È una scelta dura, dolorosa, perfino discutibile per qualcuno, ma non nasce dal nulla e soprattutto non nasce contro la squadra. Nasce contro una distanza ormai insanabile tra proprietà e piazza.

Anche il riferimento allo stadio appare respingente, perché suggerisce quasi un’ostilità immotivata delle istituzioni verso il club. Ma la questione del Marulla, oggi, non si muove sul terreno delle suggestioni. Si muove su contestazioni precise, formali, politiche e amministrative. Se il Comune arriva a ragionare sulla concessione, sui canoni, sulle opere e sugli adempimenti, non siamo più nel campo del vittimismo comunicativo. Siamo davanti a una rottura che ha assunto i contorni di un caso pubblico. E in un passaggio così delicato, anziché alzare il livello della trasparenza, Guarascio sceglie ancora una volta il riflesso più antico: chiamarsi fuori dalle responsabilità e chiamare in correità tutti gli altri.

C’è poi il passaggio forse più indigesto: quello in cui il presidente si descrive come l’unico che si sta spendendo per la città. È una frase che stride con tante cose. Ad esempio con il sacrificio di una tifoseria che ha continuato a seguire il Cosenza anche nei momenti peggiori. Stride con chi, da mesi, chiede chiarezza sul futuro del club. Stride con il dibattito pubblico sulla cessione, con le interlocuzioni politiche, con le manifestazioni di interesse reali o presunte che si sono susseguite senza mai approdare a un quadro limpido. Dire oggi “se qualcuno vuole seriamente subentrare io sono pronto a cedere” non basta più. Perché questa disponibilità, evocata a più riprese, non ha mai prodotto quel passaggio di chiarezza che una città intera reclamava e chiede a gran voce tutt’ora.

Il Cosenza sta disputando una stagione importante, e il lavoro tecnico merita riconoscimento. Ma proprio per questo la lettera del presidente convince ancora meno. Perché sembra quasi voler usare i risultati sportivi come scudo morale, come certificato politico, come assoluzione preventiva. E invece il rendimento della squadra non cancella le domande. Non svuota la protesta. Non rimette insieme un rapporto che è ormai logoro.

In un momento in cui servirebbero umiltà, ascolto e verità, Guarascio sceglie ancora una volta una narrazione difensiva: io contro tutti, io solo al comando, io bersaglio ingiusto di una città che non comprende. Ma Cosenza, ormai da tempo, ha compreso fin troppo bene tutto.