«A Cosenza non c'è la mafia, ci sono solo bravi ragazzi»
di Marco Cribari
Negare l’evidenza, sempre. Perché la mafia non esiste. E anche ammesso che esista, «con quella io non c’ho niente a che fare». I boss della vecchia scuola si difendono ancora così nei tribunali. Per loro la parola d’ordine è una sola: negare a oltranza. Lo fanno sempre, anche quando non ve ne sarebbe alcun bisogno. E pure se una mezza ammissione servisse a qualcosa, anche a costo di scontrarsi con la cronaca giudiziaria, con la storia, talvolta con la logica e il buonsenso, il risultato non cambierebbe comunque. Perché se per gli altri «sentinella d’omertà» è una formula vuota da recitare al momento del battesimo, per loro «sentinella d’omertà» è uno stile di vita.
A Cosenza, il primo a negare platealmente l’esistenza della mafia è forse il boss Antonio Sena, il 23 ottobre del 1996, durante un’udienza del maxiprocesso “Garden”, l’antenato di “Reset”. Lo fa in modo sottile, sintonizzandosi – non sappiamo quanto volontariamente – con il pensiero dello studioso Pino Arlacchi che, al principio degli anni Ottanta, pubblica un pamphlet in cui sostiene che nella città dei Bruzi non c’è una mafia propriamente intesa, ma ci sono bande di gangster non meno sanguinarie, assimilabili a quelle che terrorizzavano Chicago negli anni Venti del Novecento.
Durante il suo esame in aula, Sena associa il contesto criminale che lo riguarda a quello dei «Bravi ragazzi», forse perché ha visto il film di Scorsese uscito sei anni prima, e giacché c’è, propone un ragionamento articolato sul perché lui e gli altri imputati non possono essere considerati mafiosi. In conclusione, dice ai giudici: attenzione, se ci condannate per mafia, rischiate di creare «allarme sociale». Il risultato è un’autodifesa a modo suo memorabile, a tratti epocale. Di seguito, i passaggi più significativi. (clicca su avanti per continuare)