Antonio De Rose morì in un incidente stradale sull’A1: al via il processo per omicidio stradale
la vittima riuscì a chiamare i soccorsi pochi minuti prima di spirare. Secondo l’accusa, il responsabile del sinistro andò via senza neanche prestare soccorso
La morte di Antonio De Simone torna al centro dell’attenzione giudiziaria. Il prossimo 3 aprile è fissata l’udienza preliminare davanti al GUP del Tribunale di Roma, chiamato a decidere su una richiesta di applicazione della pena che le parti civili contestano duramente. Il procedimento riguarda più persone coinvolte. Una è accusata dei reati più gravi legati al sinistro, mentre altre cinque risultano indagate per aver favorito la fuga e non aver prestato assistenza.
Secondo la ricostruzione contenuta negli atti, tutto avviene nella notte del primo gennaio 2025 lungo l’autostrada A1, in direzione Roma. Un’auto ad alta velocità tampona un primo veicolo e subito dopo una seconda vettura su cui viaggiava De Simone. L’impatto è devastante: l’uomo muore, mentre la compagna resta gravemente ferita. Le condizioni della strada erano difficili: notte, nebbia e asfalto bagnato.
Elementi che, secondo le parti civili, avrebbero imposto una guida prudente e che invece sarebbero stati ignorati. La consulenza tecnica citata negli atti parla di una velocità molto elevata, incompatibile con la sicurezza della circolazione. Dopo l’impatto, secondo l’accusa, l’autore del sinistro si sarebbe allontanato senza prestare soccorso, venendo aiutato da altre persone presenti sul posto. Nessuno avrebbe assistito i feriti, né contattato immediatamente le forze dell’ordine.
De Simone, invece, sarebbe riuscito a chiamare i soccorsi pochi minuti prima di morire, restando in attesa senza ricevere aiuto. I capi di imputazione sono pesanti. Per la persona ritenuta alla guida si parla di omicidio stradale, lesioni gravissime e fuga dopo incidente, con aggravanti legate alla condotta e alle conseguenze. Per gli altri coinvolti, le accuse riguardano concorso nell’omissione di soccorso e nell’allontanamento dal luogo del sinistro.
Al centro dell’udienza ci sarà anche la richiesta di patteggiamento: una pena pari a due anni di reclusione, con sospensione condizionale. Una proposta che i familiari contestano, ritenendola non adeguata rispetto alla gravità dei fatti e basata su una qualificazione giuridica ritenuta incompleta. La difesa delle parti civili chiede infatti al GUP di intervenire su più fronti. In primo luogo, l’integrazione dei capi di imputazione, includendo ulteriori reati legati alle lesioni e ad altri aspetti del sinistro. In secondo luogo, il rigetto dell’accordo sulla pena, ritenuto incongruo. Secondo quanto sostenuto negli atti, vi sarebbero elementi per ritenere una responsabilità più ampia, anche alla luce della condotta successiva all’incidente.
«Gli imputati avrebbero scelto di allontanarsi per evitare accertamenti», è la linea indicata dalla difesa delle persone offese. L’udienza del 3 aprile rappresenta quindi un passaggio decisivo. Il giudice dovrà valutare se accogliere la richiesta di patteggiamento oppure disporre il rinvio a giudizio, aprendo la strada al processo.