Caporalato nella Piana di Sibari, la strage di Amendolara non emerge nell’inchiesta Dda
Nell’indagine antimafia sui braccianti sfruttati non compaiono né le vittime né i presunti autori del quadruplo omicidio
La strage di Amendolara non emerge nell’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro sulle presunte reti di caporalato operanti nella Piana di Sibari. Le vittime del quadruplo omicidio e i due uomini indicati come presunti esecutori non risultano coinvolti negli accertamenti condotti dai Carabinieri per la Tutela del Lavoro con il supporto dei reparti territoriali dell’Arma.
È quanto apprende Cosenza Channel da fonti qualificate. Negli atti dell’attività investigativa diretta dal tenente colonnello Marcello Egidio, comandante del Reparto operativo Carabinieri per la Tutela del Lavoro, non vi sarebbe traccia di Safeer Ahmed e Ali Raza, né dei quattro migranti pakistani e afghani uccisi nell’automobile parcheggiata in una stazione di servizio di Amendolara, lungo la Statale 106 Jonica.
Le due vicende, dunque, restano distinte. L’inchiesta della Dda riguarda un articolato sistema di presunto sfruttamento lavorativo, intermediazione illecita della manodopera e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il procedimento sulla strage è invece coordinato dalla Procura di Castrovillari.
L’inchiesta Dda sul caporalato nella Piana di Sibari
Il nuovo elemento emerge dopo l’esecuzione di un decreto di fermo di indiziato di delitto nei confronti di venti cittadini stranieri. Il provvedimento ha interessato 18 cittadini pakistani, un cittadino indiano e uno originario del Bangladesh ed è stato eseguito nelle province di Cosenza, Napoli, Bologna, Sassari e Mantova.
Gli indagati sono ritenuti gravemente indiziati, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata all’intermediazione illecita e allo sfruttamento del lavoro, riduzione in schiavitù, estorsione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Le contestazioni si collocano nella fase delle indagini preliminari e dovranno essere sottoposte alle successive verifiche giudiziarie.
Le indagini avviate dopo le denunce dei braccianti
L’attività investigativa era cominciata nel 2020. Due uomini, oggi indagati e indicati come presunti caporali, avevano denunciato il danneggiamento degli pneumatici delle rispettive automobili, attribuendolo a tre giovani migranti di origine africana impiegati alle loro dipendenze.
I tre braccianti si erano rivolti a loro volta ai carabinieri. Secondo la ricostruzione della Procura, avevano collegato il danneggiamento alle tensioni nate dalle richieste di regolarizzazione contrattuale e dal mancato pagamento di diversi mesi di lavoro.
Lavoro nero e caporalato, controlli a tappeto anche in Calabria: nel 2025 irregolare il 69% delle aziendeLe loro dichiarazioni avevano dato origine agli accertamenti del Reparto operativo Carabinieri per la Tutela del Lavoro di Roma. Le successive attività avrebbero permesso di ricostruire l’esistenza di due presunte associazioni per delinquere, ritenute collegate sul piano operativo nella Piana di Sibari.
Braccianti pagati pochi euro all’ora
La prima organizzazione ipotizzata dagli inquirenti, composta da 14 cittadini pakistani, avrebbe gestito l’intermediazione della manodopera agricola. I lavoratori reclutati sarebbero stati soprattutto giovani pakistani e subsahariani, spesso in difficoltà economiche, privi di una posizione regolare sul territorio e con una conoscenza limitata della lingua italiana.
Fino a venti persone sarebbero state sistemate contemporaneamente in immobili fatiscenti, privi di riscaldamento, luce e gas. Dai salari sarebbero stati trattenuti tra 50 e 60 euro al mese per l’alloggio e altri cinque euro al giorno per il trasporto verso i campi.
Secondo l’ipotesi accusatoria, i braccianti avrebbero lavorato tra le otto e le dieci ore al giorno, senza riposo settimanale, ferie e adeguate tutele assicurative o sanitarie. Le paghe sarebbero oscillate tra 2,70 e 3 euro all’ora per i lavoratori subsahariani e tra 3,30 e 4 euro per quelli pakistani e afghani.
Chi protestava sarebbe stato minacciato con la perdita del lavoro, l’allontanamento dagli alloggi o il mancato pagamento degli arretrati. Gli investigatori ipotizzano anche episodi di violenza fisica. In alcune conversazioni intercettate, dei lavoratori avrebbero chiesto ai presunti caporali appena dieci euro per comprare del cibo.
Le presunte pratiche fittizie per arrivare in Italia
La seconda presunta associazione avrebbe operato attraverso l’aggiramento delle procedure previste dai decreti Flussi e Rilancio. Nel sistema ipotizzato dagli inquirenti sarebbero stati coinvolti soggetti italiani, commercialisti e operatori di Caf e patronati attivi in Calabria e Basilicata.
Utilizzando le credenziali di accesso ai portali ministeriali, sarebbero state presentate migliaia di domande di assunzione ritenute fittizie durante i click day. Le richieste sarebbero state inoltrate per conto di aziende agricole e commerciali compiacenti, intestate a prestanome oppure prive di terreni, dipendenti e fatturati effettivi.
Per ogni procedura finalizzata al rilascio del visto d’ingresso o alla regolarizzazione temporanea sarebbero state chieste somme comprese tra 6.500 e 10mila euro. Nelle conversazioni intercettate, il meccanismo sarebbe stato definito dagli stessi indagati la «gallina dalle uova d’oro».
Una volta giunti in Italia, i migranti non avrebbero trovato l’occupazione indicata nelle domande. Il debito contratto per ottenere il visto li avrebbe resi ancora più vulnerabili, spingendoli verso il lavoro irregolare nei campi.
Le ipotesi sui rapporti con la ’ndrangheta
L’inchiesta avrebbe fatto emergere anche il possibile coinvolgimento di esponenti delle cosche attive nella Sibaritide. Alcune aziende agricole utilizzate per impiegare la manodopera sarebbero state formalmente intestate a prestanome, ma gestite nell’interesse di gruppi mafiosi locali.
I lavoratori che contestavano le condizioni degli alloggi e le trattenute applicate sulle paghe sarebbero stati intimiditi anche richiamando la presunta appartenenza alla criminalità organizzata.
Gli accertamenti sono stati svolti attraverso intercettazioni, osservazioni, pedinamenti, localizzatori satellitari e telecamere installate nei punti utilizzati per raccogliere i braccianti. I controlli del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Cosenza avrebbero inoltre consentito di identificare decine di lavoratori in nero nei campi durante le raccolte degli agrumi e delle olive.
La strage di Amendolara resta un procedimento distinto
Il quadro ricostruito dalla Dda descrive un sistema esteso di sfruttamento della manodopera agricola. Allo stato degli accertamenti, tuttavia, non offre elementi per collegare questa rete alla strage avvenuta ad Amendolara.
Nel procedimento seguito dalla Procura di Castrovillari sono emersi aspetti riguardanti il lavoro irregolare, le rivendicazioni economiche delle vittime, il sovraffollamento dell’abitazione condivisa e le tensioni maturate poche ore prima del delitto. Nell’ordinanza di convalida del fermo, però, il termine «caporalato» non era stato utilizzato.
Braccianti morti nel rogo di Amendolara, al via le procedure per il rimpatrio delle salmeIl superstite aveva descritto una situazione lavorativa e abitativa particolarmente difficile, riferendo che dieci persone dormivano in un unico ambiente. Aveva inoltre raccontato di salari corrisposti in contanti nonostante l’esistenza formale di un contratto.
Il giudice aveva valutato sia le richieste di una retribuzione regolare sia la lite scoppiata la mattina del delitto all’interno dell’abitazione. Nessuno di questi elementi consente, al momento, di ricondurre la strage alla struttura criminale finita al centro dell’indagine antimafia.