Ginese assolto dall'accusa di narcotraffico, la Cassazione riapre il caso sull'ingiusta detenzione
Accolto il ricorso dell’imputato originario della Piana di Sibari: annullata con rinvio l'ordinanza della Corte d'Appello di Catanzaro che aveva negato l'indennizzo
La Corte di Cassazione riapre la vicenda giudiziaria relativa alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione avanzata da Salvatore Nino Ginese, accogliendo il ricorso presentato contro il rigetto disposto dalla Corte d'Appello di Catanzaro. Gli ermellini hanno annullato l'ordinanza impugnata e disposto un nuovo esame davanti ai giudici del capoluogo calabrese.
Ginese era stato sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere dal 16 febbraio 2015 al 6 maggio 2016 nell'ambito di un'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia che gli contestava la partecipazione a un'associazione mafiosa operante tra Cassano allo Ionio, Corigliano Calabro, Rossano e l'intera provincia di Cosenza, oltre a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e a un episodio di acquisto di cocaina.
Dalla condanna all'assoluzione definitiva
Nel giudizio abbreviato celebrato davanti al Gup di Catanzaro, Ginese era stato inizialmente condannato per i reati in materia di stupefacenti e assolto dall'accusa di associazione mafiosa, contestazione per la quale il Tribunale del Riesame aveva già escluso la gravità indiziaria.
Successivamente, dopo l'annullamento della precedente sentenza da parte della Cassazione, la Corte d'Appello di Catanzaro lo aveva assolto definitivamente dalle residue imputazioni «per non aver commesso il fatto» con decisione divenuta irrevocabile il 28 giugno 2024.
Il rigetto della richiesta di indennizzo
Nonostante l'assoluzione, la Corte d'Appello di Catanzaro aveva respinto la domanda di riparazione per ingiusta detenzione, ritenendo che Ginese avesse tenuto un comportamento gravemente colposo, individuato nelle sue presunte frequentazioni con persone successivamente condannate per traffico di droga.
Secondo i giudici della riparazione, tali rapporti avrebbero contribuito a generare l'apparenza della sua partecipazione ai fatti contestati, giustificando così l'applicazione della misura cautelare.
La Cassazione censura il ragionamento dei giudici
La Quarta Sezione penale della Cassazione ha però ritenuto erroneo il percorso motivazionale seguito dalla Corte territoriale.
Secondo gli ermellini, il giudice chiamato a decidere sulla riparazione per ingiusta detenzione deve partire dai fatti accertati nella sentenza assolutoria e non può rivalutare il materiale probatorio in chiave accusatoria per ricostruire condotte che il giudice del merito ha escluso.
La Suprema Corte sottolinea che la Corte d'Appello ha finito per considerare come certi fatti che, invece, erano stati esclusi dalla sentenza definitiva di assoluzione, arrivando così ad attribuire a Ginese una connivenza incompatibile con il giudicato penale.
Le "frequentazioni ambigue"
La Cassazione ribadisce che le cosiddette frequentazioni ambigue possono costituire causa ostativa al riconoscimento dell'indennizzo soltanto in presenza di precisi presupposti: devono essere realmente provate, devono dimostrare la consapevolezza dell'interessato circa le attività illecite delle persone frequentate e devono avere un concreto collegamento causale con l'emissione della misura cautelare.
Nel caso esaminato, secondo la Suprema Corte, tali verifiche non sono state correttamente svolte, poiché la decisione impugnata ha attribuito rilievo a circostanze incompatibili con quanto definitivamente accertato nel processo penale.