Sezioni
09/02/2026 ore 16.02
Cronaca

Peculato nei Consorzi di bonifica, la Cassazione annulla le condanne e rinvia a Catanzaro

La Suprema Corte rileva carenze e illogicità nella motivazione sul dolo per Bilotta e Gargiulo, imponendo un nuovo giudizio sulla legittimità dei compensi e sulla confisca

di Antonio Alizzi

La Corte di Cassazione, sesta sezione penale, è intervenuta sul procedimento che vede imputati Domenico Bilotta e Salvatore Gargiulo, accusati di peculato in relazione alla gestione di incarichi commissariali conferiti dalla Regione Calabria nell’ambito di un Consorzio di bonifica. Al centro della vicenda vi è la liquidazione dei compensi maturati durante tali incarichi e la contestata autoliquidazione sulla base di tariffe professionali. In precedenza, la Corte d’appello di Catanzaro, con sentenza del 4 marzo 2025, aveva confermato le condanne di primo grado per tre capi d'accusa, disponendo anche la confisca dei beni e delle somme sequestrate.

Secondo l’impostazione accusatoria accolta in appello, i due imputati, nell’esercizio delle funzioni commissariali, avrebbero determinato e riscosso compensi non legittimamente quantificati. Le difese, al contrario, avevano sostenuto la buona fede degli imputati, evidenziando l’assenza, in alcune delibere di conferimento, di una previsione esplicita del compenso e richiamando il comportamento dell’amministrazione regionale, che non avrebbe mai contestato i criteri adottati né i pagamenti effettuati, pur essendone a conoscenza.

Nel giudizio di legittimità, Bilotta e Gargiulo hanno proposto ricorso lamentando, tra l’altro, la carenza e illogicità della motivazione sul dolo del peculato, oltre a profili sanzionatori e questioni di prescrizione. La Cassazione ha ritenuto fondato proprio il primo motivo, seguendo un percorso diverso rispetto alle richieste del Procuratore generale.

La Suprema Corte ha chiarito che la sentenza di appello si fondava su una lettura delle delibere regionali di nomina ritenuta non adeguatamente motivata. In particolare, per la posizione di Gargiulo, la Cassazione ha osservato che solo una delibera del 2005 richiamava espressamente una precedente delibera del 2004 in tema di indennità, mentre un successivo atto – relativo a un incarico con oggetto diverso – non conteneva un riferimento specifico al criterio di liquidazione. Attribuire a tale richiamo un significato univoco, secondo la Corte, costituisce una conclusione non sorretta da un’argomentazione logica sufficiente.

Analoga valutazione è stata svolta per Bilotta. La Cassazione ha parlato di una forzatura interpretativa laddove la Corte d’appello aveva ritenuto che il richiamo, nelle premesse della delibera di nomina, ad atti precedenti relativi a Gargiulo fosse sufficiente a integrare anche i criteri di determinazione dell’indennità.

Per la Suprema Corte, la motivazione impugnata risulta quindi carente e in parte manifestamente illogica sul punto decisivo: la ricostruzione del quadro amministrativo da cui desumere la consapevolezza dell’illegittimità dell’autoliquidazione e, dunque, la sussistenza del dolo del peculato. Trattandosi di valutazioni di merito, non esperibili in sede di legittimità, la sentenza è stata annullata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Catanzaro.

Nel provvedimento, la Cassazione ha affrontato anche il tema della prescrizione per alcuni capi di imputazione, riconoscendo la fondatezza delle eccezioni difensive. Tuttavia, ha chiarito che la presenza della confisca impone comunque una valutazione di responsabilità ai sensi dell’articolo 578-bis del codice di procedura penale, valutazione che non può essere svolta sulla base di una motivazione ritenuta insufficiente.

La Corte d’appello di Catanzaro, in sede di rinvio, dovrà dunque procedere a una nuova interpretazione delle delibere regionali, colmare le lacune evidenziate dalla Cassazione e verificare, con particolare attenzione al profilo soggettivo, se sussistano gli elementi costitutivi del peculato. Da tale esito dipenderà anche la tenuta della confisca disposta nei confronti di Bilotta e Gargiulo. I due imputati sono difesi dagli avvocati Francesco D’Alessandro e Franz Caruso.