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11/02/2026 ore 19.03
Cronaca

La Dda chiude le indagini sul Tirreno cosentino: estorsioni e “marmotte” tra Cetraro e Sangineto | NOMI

A rischiare il processo sono gli indagati coinvolti nell’inchiesta sul presunto gruppo mafioso capeggiato da Giuseppe Scornaienchi

di Antonio Alizzi
La sede della Dda di Catanzaro

La Dda di Catanzaro ha chiuso le indagini sull’inchiesta che, a settembre 2025, aveva acceso i riflettori su una sequenza di intimidazioni, tentate estorsioni e “colpi” sul Tirreno cosentino, con epicentro tra Cetraro e l’area di Belvedere Marittimo e Sangineto. La chiusura dell’inchiesta – atto che precede l’eventuale richiesta di rinvio a giudizio – cristallizza il quadro accusatorio maturato nella fase delle indagini preliminari.

L’indagine era sfociata nelle prime ore del 25 settembre 2025, quando i Carabinieri del Comando provinciale di Cosenza, con il supporto delle articolazioni specialistiche e il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, avevano dato esecuzione a un’ordinanza cautelare del gip del Tribunale di Catanzaro nei confronti di otto indagati. In quella fase veniva contestata, a vario titolo, l’ipotesi di associazione per delinquere finalizzata a una serie di reati: tentate estorsioni, furti aggravati (tentati e consumati), detenzione e porto di esplosivi, armi da fuoco e strumenti atti ad offendere, ricettazione, riciclaggio e lesioni personali, con l’aggravante del metodo mafioso per alcuni episodi.

Il cuore investigativo, secondo quanto ricostruito nella fase cautelare, si era sviluppato a partire da ottobre 2022 e aveva visto operare in prima battuta i Carabinieri della Compagnia di Paola, con segmenti curati anche dal Reparto operativo–Nucleo investigativo del Comando provinciale di Cosenza. Il materiale, come riportato negli atti, nasce da servizi tecnici e intercettivi, analisi di sistemi di videosorveglianza e riscontri sul campo. Il punto fermo, per gli inquirenti, era l’esistenza di un gruppo composto da sette degli otto destinatari della misura, attivo tra Cetraro e i comuni vicini, ritenuto dedito a una serie di delitti contro il patrimonio e la persona, in alcuni casi con modalità intimidatorie ritenute “mafiose” e quindi contestate con l’aggravante di cui all’art. 416 bis.1.

Nel fascicolo vengono ricondotti al gruppo due filoni principali: le presunte estorsioni e i tentativi di assalto agli sportelli bancomat. Sul primo versante, l’accusa richiama due tentativi di estorsione che avrebbero avuto come bersaglio imprenditori in ambiti diversi, tra sanità e trasporti. Uno degli episodi più recenti, datato 14 agosto 2025, viene collegato a un’azione ritenuta intimidatoria davanti a una discoteca di Sangineto, dove sarebbero stati esplosi colpi d’arma da fuoco. È una contestazione che, come tutte le altre, resta allo stadio delle indagini preliminari e richiederà la verifica processuale.

Un altro blocco di contestazioni riguarda la presunta “pressione” esercitata su una clinica privata di Belvedere Marittimo: nel quadro descritto dagli inquirenti vengono citati episodi distinti, tra incendi, sopralluoghi e un ordigno esplosivo che avrebbe danneggiato la camera mortuaria della struttura. La lettura investigativa è che si tratti di azioni mirate a intimidire e indurre a consegne di denaro, senza che l’evento estorsivo si sia poi concretizzato per cause indipendenti dalla volontà degli indagati. Anche qui viene richiamata l’aggravante del metodo mafioso: non per affermare l’esistenza di una “nuova cosca” – tema su cui, nella fase cautelare, il gip aveva svolto un ragionamento prudente e critico – ma per qualificare, secondo la prospettazione accusatoria, il tipo di intimidazione e l’impatto sul territorio, in un’area storicamente segnata dalla presenza della ’ndrangheta.

Sul fronte dei furti aggravati, l’inchiesta ricostruisce due tentativi di “marmotta”, il rudimentale ordigno usato per sventrare gli Atm, in particolare tra maggio e giugno 2023 agli uffici postali di Belvedere Marittimo e Cetraro. In almeno uno dei due episodi, gli atti richiamano un filmato di videosorveglianza finito agli atti, utilizzato dagli investigatori per ricostruire fasi, movimenti e ruoli. Il quadro include anche l’ipotesi di ricettazione di auto e targhe ritenute strumentali alla commissione di altri delitti, oltre a episodi di lesioni personali e alla detenzione illegale di armi ed esplosivi, talvolta indicati come funzionali ad azioni intimidatorie.

Dentro questo contesto, già nella fase dell’ordinanza cautelare era emerso un punto che oggi torna centrale anche nella lettura garantista della vicenda: il gip distrettuale, pur riconoscendo la pericolosità delle condotte contestate e la disponibilità di armi ed esplosivi, aveva ritenuto di riqualificare l’imputazione principale della Dda, escludendo – allo stato – la sussistenza di una autonoma associazione di stampo mafioso, e inquadrando la vicenda come associazione per delinquere “semplice”. È una distinzione tutt’altro che formale: significa che, almeno in quella fase e con quel materiale, il giudice non aveva ritenuto raggiunta la soglia indiziaria per parlare di un gruppo mafioso legittimato e riconosciuto come articolazione autonoma. 

Infine, nel mirino della Dda di Catanzaro è finita anche la latitanza di Luca Occhiuzzi.

Ora, con la chiusura delle indagini, gli indagati e i loro difensori potranno esercitare le facoltà previste dal codice: prendere visione degli atti, depositare memorie, chiedere interrogatori e svolgere iniziative difensive. Solo dopo si capirà se e come la Procura intenderà chiedere il rinvio a giudizio e quali contestazioni verranno portate a processo.

I nomi degli indagati

Sono 29 le persone indagate: