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28/10/2026 ore 20.15
Cronaca

Ciro Nigro, l’affiliazione e il delitto Cimino: il racconto alla Dda di Catanzaro

Nell’ordinanza del gip Fabiana Giacchetti gli interrogatori del collaboratore di giustizia: le gerarchie tra Corigliano e Cassano, la dote rifiutata e le accuse sull’omicidio di stampo mafioso per il quale sta scontando una condanna all’ergastolo

di Antonio Alizzi

La data dell’affiliazione la colloca nell’aprile del 2000, ad Apollinara. Il nome che indica è quello di Franco Abbruzzese. Poi racconta le gerarchie, i riconoscimenti ricevuti e una promozione nella ’ndrangheta che sostiene di aver rifiutato per non scavalcare chi lo aveva accolto nell’organizzazione. Ciro Nigro parla davanti al pubblico ministero Guarascio l’11 marzo 2015: sono dichiarazioni che torneranno al centro delle valutazioni investigative anni dopo, anche attraverso il confronto con quelle di Nicola Acri.

Nell’ordinanza del blitz antimafia nella Sibaritide, Nigro viene descritto come un uomo di punta del gruppo di Corigliano legato agli Abbruzzese.

Chi è Ciro Nigro

Originario di Apollinara, nel giugno 2021, mentre è detenuto a Milano Opera e sta scontando l’ergastolo, ribadisce l’intenzione di collaborare e conferma i verbali resi nel marzo 2015 nel carcere dell’Aquila.

Il gip Fabiana Giacchetti formula un giudizio positivo sulla sua credibilità, richiamando la conoscenza interna delle dinamiche criminali e il contenuto autoaccusatorio ed eteroaccusatorio delle dichiarazioni. Una valutazione che accompagna l’esame delle singole accuse e dei riscontri, senza sostituire l’accertamento delle responsabilità.

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L’affiliazione raccontata al magistrato

Guarascio parte dall’appartenenza ai circuiti mafiosi e chiede quando e dove Nigro sia stato affiliato. Il collaboratore risponde indicando Corigliano, contrada Apollinara, e precisa il rapporto tra le due articolazioni territoriali.

«L’affiliazione è stata fatta da Franco Abbruzzese», racconta, aggiungendo che gli era stato spiegato come Corigliano e Cassano costituissero un’unica organizzazione.

Il magistrato gli chiede di chiarire: «Un unico locale?». «Un unico locale perché prima era Corigliano il locale, poi visto che non c’erano i cinque elementi fuori di spicco, allora si è unificata».

È la ricostruzione fornita da Nigro degli equilibri di quel periodo. Nel successivo interrogatorio del 30 novembre 2021 tornerà sull’argomento, spiegando che il riferimento sarebbe stato spostato a Cassano dopo il 1998 per la mancanza di uomini che garantissero l’operatività del locale coriglianese.

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Descrive quindi i passaggi del proprio ingresso formale. Prima, sostiene, era un “contrasto onorato”; nell’aprile 2000 avrebbe ricevuto la prima dote, quella di “picciotto”, e pochi mesi dopo la seconda, quella di “camorrista”. Nel racconto della composizione della copiata, il sistema di riferimenti interni richiamato durante il conferimento delle doti, indica tra gli altri Franco Abbruzzese, Rocco Azzaro e Natale Perri. Quest’ultimo viene descritto come il reggente di Corigliano all’epoca.

La terza dote che dice di aver rifiutato

Uno dei passaggi più particolari riguarda la detenzione a Catanzaro-Siano. Nigro colloca l’episodio tra il 2003 e il 2004, precisando di non ricordare la data esatta. Racconta che Silvio Farao, conosciuto in carcere, gli avrebbe proposto la terza dote, lo “sgarro”, insieme a una modifica dei suoi riferimenti gerarchici.

Secondo la spiegazione che attribuisce a Farao, il fatto di operare a Corigliano avrebbe richiesto di indicare Santo Carelli al vertice della copiata, pur nel legame tra le organizzazioni di Corigliano e Cassano.

Nigro sostiene di essersi fermato davanti a quella prospettiva: «Prima devo parlare con lui», avrebbe risposto riferendosi a Franco Abbruzzese.

Il racconto prosegue con l’impossibilità di confrontarsi con Abbruzzese dopo l’applicazione del 41 bis e con un successivo colloquio, una volta tornato libero, con Pierino Longobucco, assassinato nel 2018 e il cui corpo fu rinvenuto in mare. A quest’ultimo attribuisce la soluzione di modificare la copiata senza conferirgli la terza dote, indicando Carelli al vertice e mantenendo Abbruzzese tra i riferimenti.

Il sostegno durante la detenzione

Nigro colloca la propria operatività nell’organizzazione fino all’arresto del luglio 2009, dal quale dichiara di essere rimasto ininterrottamente detenuto. Afferma tuttavia di aver continuato a ricevere il sostegno economico del gruppo: 1.300 euro al mese destinati alla famiglia, che sarebbero stati materialmente consegnati da Rocco Azzaro.

Secondo il suo racconto, i versamenti sarebbero proseguiti fino alla morte di Longobucco, indicato come responsabile dell’organizzazione coriglianese dopo la morte di Antonio Bruno, detto “giravite”. Nigro ricorda anche che nel 2015 si era diffusa la notizia della sua richiesta di parlare con i magistrati.

L’omicidio Cimino e il confronto con Guarascio

Una parte centrale dei verbali riguarda l’assassinio di Giorgio Salvatore Cimino, per il quale Nigro è stato condannato in via definitiva come esecutore materiale. Il collaboratore nega però di aver ricoperto quel ruolo e fornisce una diversa ricostruzione del proprio coinvolgimento. La Dda di Catanzaro oggi gli dà credito. Il processo di revisione non è dunque un’utopia.

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Già nel 2015 Guarascio gli chiede quale fosse il movente: «Qual è la causale?» «Perché si era dato collaboratore Antonio Cimino».

Nigro collega quindi l’omicidio alla scelta di collaborare con la giustizia compiuta dai figli della vittima. Attribuisce a Edoardo Pepe la decisione di procedere e riferisce di discussioni alle quali avrebbero partecipato anche Fiore Abbruzzese, Rocco Azzaro e Natale Perri, che avrebbero condiviso la scelta.

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Nel dialogo con il magistrato distingue però anche ciò che sostiene di conoscere da quanto ipotizza. Quando viene affrontato il possibile coinvolgimento autorizzativo dei vertici di Cirò, afferma di ritenere che Edoardo Pepe si fosse confrontato con un referente, ma precisa: «Questo non lo so se ci ha parlato o meno». Un limite dichiarato che va mantenuto nella lettura del verbale.

La condanna definitiva e la diversa versione del collaboratore

Nel novembre 2021 Nigro torna sulla giornata dell’omicidio. Sostiene di aver ricevuto da Edoardo Pepe l’incarico di prelevare Carmine Morello a Rossano e di accompagnarlo a Corigliano, dove lo avrebbe atteso Giorgio Semeraro. Racconta che Morello sarebbe salito su un’altra auto e che lui si sarebbe allontanato, senza sapere che il delitto sarebbe stato commesso proprio quella mattina.

Questa versione non cancella al momento la condanna irrevocabile pronunciata nei suoi confronti. Il gip distrettuale di Catanzaro la esamina però insieme alle dichiarazioni di Nicola Acri, ritenendo che il racconto di quest’ultimo confermi l’attribuzione a Morello di un ruolo esecutivo diverso da quello giudiziariamente riconosciuto a Nigro.

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Acri riferisce infatti che Edoardo Pepe, Azzaro e Perri gli avrebbero chiesto di mettere a disposizione un uomo del proprio gruppo e che Morello avrebbe accettato. Attribuisce a Edoardo Pepe il proposito di fermare le dichiarazioni dei figli di Cimino contro il fratello Damiano. A Perri riconduce anche un interesse legato all’espansione dell’attività di guardiania della vittima.

La valutazione del gip sul ruolo di Perri

È soprattutto sulla fase della decisione che si concentra il passaggio dell’ordinanza relativo al capo 18. Il giudice ritiene che Nigro e Acri offrano ricostruzioni convergenti sul contributo attribuito a Natale Perri nella deliberazione dell’omicidio e ravvisa nei suoi confronti la gravità indiziaria.

Vengono riconosciute, sul piano cautelare, la premeditazione e le aggravanti mafiose, mentre viene esclusa quella dei motivi abietti.