Cosenza, la morte di Mohamed e una società sempre più abituata ad etichettare
L’associazione Yairaiha ETS: «Accettando che alcune vite valgano meno di altre, che alcune sofferenze meritino meno ascolto, accettiamo una via di non ritorno»
Mohamed Amin Bessioud, 25 anni, morto a Cosenza dopo essersi lanciato dal balcone durante una perquisizione dei carabinieri nella sua abitazione. C’è una madre che oggi piange suo figlio. C’è una bara che nessuna parola, nessuna condanna e nessuna polemica potranno mai aprire di nuovo.
C’è un ragazzo morto suicida. Un ragazzo che, secondo chi gli voleva bene, viveva da tempo nella depressione e nella paura, nel terrore di tornare in carcere. Un ragazzo che oggi non c’è più. Sarà la magistratura ad accertare cosa sia accaduto durante quella perquisizione, se vi siano responsabilità e di chi siano. Ma davanti a una morte così resta una domanda che dovrebbe attraversare tutti noi.
Quante altre vite dovremo perdere prima di capire che lo Stato, proprio quando esercita la propria forza e il proprio potere coercitivo, non può mai abdicare al valore della vita umana?
Quante morti ancora? Dentro il carcere o fuori dal carcere. Quante persone spezzate dalla paura, dalla solitudine, dalla convinzione di non avere più alcuna possibilità? Direte, ancora una volta, che se l’è cercata. È la frase più semplice. Quella che ci permette di non guardare il dolore, di non porci domande, di dividere il mondo tra chi merita comprensione e chi merita soltanto una condanna.
Ma il punto è proprio questo. Che cosa abbiamo costruito come società se una persona arriva a vivere il carcere come un inferno senza ritorno? Se il pensiero di rientrare in quel luogo diventa più insopportabile della vita stessa? Il carcere dovrebbe essere uno strumento di giustizia e di recupero ma invece è un luogo che lascia ferite profonde, che alimenta paura e disperazione, che continua anche quando i cancelli si chiudono alle spalle di chi esce. E quando mancano percorsi reali di reinserimento, sostegno psicologico, presenza sociale, quella paura può trasformarsi in un vortice senza via d’uscita.
Qui si tratta di ricordare che la sicurezza di una società si misura anche dalla capacità di non perdere nessuno nel momento della massima fragilità. Dovrebbero interrogarsi la politica, che troppo spesso riduce tutto alla promessa di più punizione. Dovrebbero interrogarsi le istituzioni tutte, quando gli strumenti di prevenzione arrivano tardi o non arrivano affatto. Dovremmo interrogarci noi, in una società sempre più abituata a isolare, etichettare e lasciare indietro.
Perché il giorno in cui accettiamo che alcune vite valgano meno di altre, che alcune sofferenze meritino meno ascolto, accettiamo una via di non ritorno. Oggi una madre piange suo figlio. E forse l’unica cosa davvero giusta da fare è fermarsi davanti a quel dolore e chiederci cosa è stato fatto per impedirlo
Associazione Yairaiha ETS