Eccidio di Amendolara, Polito (Unical): «Dietro la strage non c’è una guerra tra afghani e pakistani»
Lo psicologo esperto di migrazioni analizza il contesto in cui maturano violenza e caporalato: «Debiti, ricatti e marginalità rendono queste persone particolarmente esposte alle organizzazioni criminali»
Una Fiat Ulysse bloccata dall'esterno, la maniglia della porta scorrevole rotta per impedire la fuga, le fiamme che si propagano nell'abitacolo mentre quattro uomini tentano disperatamente di salvarsi usando braccia e gambe. Deve “capitare” una tragedia come questa per riportare l'attenzione su fenomeni che continuano a esistere lontani dai riflettori.
Waseem Khan, 29 anni, Safi Iayjad, 27 anni, Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, e Amin Fazal Khogjani, 28 anni, sono morti così sulla Statale 106 Jonica, ad Amendolara, in quello che il procuratore di Castrovillari Alessandro D'Alessio ha definito un atto di «barbarie inspiegabile» e «crudeltà inenarrabile». L’unico sopravvissuto, Taj Alamyar, ha rotto un vetro a gomitate ed è fuggito avvolto dalle fiamme, riportando gravissime ustioni.
La strage di Amendolara non è un'anomalia, ma la superficie visibile di un sistema sommerso, radicato, che prospera nell'indifferenza collettiva. A spiegarlo è Alberto Polito, docente a contratto di psicologia clinica all'Unical e specializzato in psicologia delle migrazioni ed etnopsicologia.
«Nessuna guerra etnica, conta la nuova psicologia delle mafie»
Il procuratore D'Alessio non ha escluso che alla base della strage vi possa essere un movente diverso rispetto all’ipotesi principale di caporalato. Si potrebbe, dunque, pensare a uno scontro tra diverse nazionalità per il controllo del lavoro nei campi della zona.
Tra Afghanistan – il paese di origine di tre delle quattro vittime e del superstite - e Pakistan – quello dei due caporali indagati - esiste, in effetti, una tensione che potremmo definire etnica o geopolitica, ma Polito invita a non cedere a questa narrazione: «Dai miei studi non risulta che nessuna cultura al mondo possa giustificare eventi delittuosi di per sé. Nessuna cultura è maggiormente violenta rispetto alle altre, altrimenti correremmo il rischio di cadere negli stessi pregiudizi che noi calabresi subiamo in altre parti d'Italia. Mi viene in mente la storia di Sacco e Vanzetti: alcune condanne avvengono più per pregiudizi etnici che per i fatti».
Qui, nella piana di Sibari, secondo Polito la tensione “geopolitica” tra persone di diverse nazionalità – storicamente in conflitto – svanisce: «Mi sentirei di escluderla perché di fatto in Italia si ritrovano sotto la stessa categoria: oppressi e schiavizzati dallo stesso sistema. Alla fine, molte delle dinamiche geopolitiche vengono meno perché ci si ritrova sotto lo stesso campanile, che è quello dell'essere sfruttati, del vivere condizioni di vita davvero inimmaginabili per chiunque viva nel mondo occidentale».
Quello che spiega la violenza, secondo Polito, va cercato altrove: «È una radice che possiamo leggere nella psicologia delle mafie. Oggi le mafie stanno cambiando in maniera estrema e l'avvento di nuove organizzazioni criminali è già sul nostro territorio: a pagarne le conseguenze sono soprattutto le persone più povere, quelle esposte al traffico illecito».
Mafia dei caporali e aziende colluse, il sistema dietro la strage di Amendolara svelato in un'inchiesta del 2022Un debito che non si estingue mai
Per capire come funziona il meccanismo, bisogna partire dall'inizio, dal momento in cui queste persone decidono di lasciare il loro paese. Arrivano già indeboliti, già esposti, già intrappolati.
«Molte delle persone che finiscono a lavorare in agricoltura – precisa Polito - vengono da paesi poveri, da famiglie povere, e contraggono dei debiti per poter effettuare il percorso migratorio. Questi debiti li pongono già in partenza come sfruttabili: arrivano in Italia con un peso che li espone alla violenza criminale. Per cui accettano il lavoro grigio, pur di portare a casa qualcosa».
Il debito, però, non si estingue con l'arrivo in Italia. Si moltiplica. Vivono in dieci nella stessa casa, pagando l'affitto allo stesso caporale che li sfrutta, pagando il trasporto ai campi - cinque euro al giorno - allo stesso caporale: «Stiamo parlando di un debito che continua ad accumularsi e che riduce moltissimo il potere d'acquisto delle persone sfruttate, mantenendole in un processo di sfruttamento molto più lungo rispetto a quanto possiamo immaginare. Ripagare diventa difficilissimo perché bisogna pagare la casa, il trasporto, direttamente agli stessi caporali che sono parte dello stesso meccanismo criminale».
Il quadro è ancora più grave per le donne, spesso provenienti dall'Est Europa: «Oltre allo sfruttamento nei campi si nasconde una questione relativa allo sfruttamento sessuale – evidenzia l’esperto -. È una lesione della dignità delle persone. Molti ragazzi vivono nelle rimesse per gli attrezzi, dove è presente tutto il materiale chimico, i pesticidi. Nel lavoro svolto in Sicilia abbiamo ritrovato moltissime persone con gravi problemi di salute, tumori, problemi respiratori, arrivate anche alla morte per il contatto costante con sostanze chimiche».
Il datore di lavoro sa e fa finta di niente?
C'è poi la figura del datore di lavoro italiano, quella che formalmente stipula i contratti. L'imprenditore che aveva assunto i braccianti uccisi si è difeso pubblicamente sostenendo che non erano più alle sue dipendenze da una settimana. Quanto sa chi sta a monte della catena? Quanto è corresponsabile?
Strage dei braccianti ad Amendolara, parla l’imprenditore che li aveva assunti: «Non erano più con noi da una settimana»«Non so se possiamo definirla complicità – dice Alberto Polito - però sicuramente c'è una consapevolezza rispetto al fatto che alcuni meccanismi esistono. Le aziende agricole sono schiacciate da necessità che le portano a utilizzare meccanismi che sanno non essere i più tutelanti nei confronti dei lavoratori».
E non si tratta solo del Sud, né solo di agricoltura. «È notizia di qualche settimana fa il blocco dei lavori al consolato americano a Milano proprio per la presenza del caporalato – spiega il docente -. Questo ci dice che è un fenomeno molto più presente di quanto possiamo immaginare, e non è una prerogativa del Sud Italia, né soltanto di pakistani, indiani o afghani: coinvolge moltissime persone».
Il trauma che non finisce con il viaggio
C'è infine la dimensione psicologica, quella più invisibile di tutte. Quando si parla di migranti e trauma, il pensiero corre immediatamente alle guerre, ai viaggi della morte, ai naufragi. Ma Polito invita a spostare lo sguardo su ciò che accade dopo, qui da noi: «Ci dimentichiamo che il trauma delle persone in migrazione acquisisce un carattere dinamico: continua ad agire nel contesto post-migratorio. Vivere una condizione di sfruttamento, di emarginazione, di paura per una possibile espulsione, per episodi di razzismo, costituisce un fattore traumatico equivalente o addirittura superiore ai traumi vissuti durante il processo migratorio».
La ricerca che in questo periodo Polito sta conducendo sui minori stranieri non accompagnati restituisce, in tal senso, dati allarmanti: la percezione di esclusione e la paura dell'espulsione pesano enormemente su chi è già stato attraversato dalla violenza.
Sul superstite della strage, il giovane afghano che ha visto morire i suoi compagni bruciati vivi, Polito è chiaro: «Quello che questa persona ha vissuto supera la soglia di sopportazione umana. Le reazioni che svilupperà, quelle che fanno sentire la persona quasi impazzire, sono in realtà reazioni normali a eventi assolutamente anormali. Bisogna garantirle uno spazio di protezione fisica, la possibilità di richiedere documenti e professionisti che la aiutino a ricostruire la propria vita. Stiamo parlando di una persona estremamente giovane».
Questa storia, conclude Polito, «tira fuori un sommerso incredibile che ci vive accanto, di cui usufruiamo senza rendercene conto». E forse tocca anche a noi fare qualcosa: «Possiamo scegliere percorsi più etici nella scelta del nostro cibo, nella scelta delle aziende di cui ci forniamo. Forse anche il dato economico è quello che fa girare il sistema, ed è quello su cui noi possiamo avere un impatto».