Gagliardi: «Il Covid19 è un cecchino, il peggio non è passato»
Pasquale Gagliardi, rianimatore, faccia da pugile segnata da trent’anni trascorsi sul campo di battaglia della sala operatoria, molti passati in volo, ieri ha staccato dal turno in elicosoccorso alle sette di sera per correre in reparto, a Paola, per fare la notte. «Qualche ora di riposo a casa e si ricomincia». Il virus non rispetta le feste. Per i medici e gli operatori sanitari, anche Pasqua è un altro giorno sul fronte dell’emergenza.
Dottore, dicono che sia sbagliato parlare di guerra, forse è più una guerriglia.
«Il Covid un cecchino: sceglie, mira e spara. Chi crede che il peggio sia passato, sbaglia di grosso. Il Sud, non ha subito le conseguenze di una bomba che l’avrebbe disintegrato. Ma il cecchino è ancora appostato, e ha ancora molte munizioni nella cintola».
Ne stiamo uscendo o no?
«Troppe cose ancora non stanno andando come dovrebbero».
Ma i contagi stanno diminuendo.
«I dati in Calabria non sono corrispondono al reale numero di contagiati».
Errore o altro?
«Sfuggono, la conta dei malati è più alta. Le case di cura per anziani andrebbero attenzionate di più. I controlli dovrebbero essere intensificati anche in quelle strutture che non registrano pazienti positivi, non possiamo permetterci un altro caso Chiaravalle».
Secondo lei ci sono dei casi, nei ricoveri per anziani, che non sono stati dichiarati?
«Temo di sì, ho avuto qualche sentore, diciamo pure in questo modo; credo che non si dichiarino in maniera sincera alcune situazioni».
Ma la macchina dei soccorsi sta funzionando?
«Sugli ospedali della costa tirrenica, i percorsi sono ancora nebulosi. A Paola, che non è presidio Covid, continuano ad arrivare persone positive. Il personale ha difficoltà a reperire i dispositivi di protezione e si trova, spesso, a curare persone che non sanno di essere contagiate e magari arrivano al Pronto Soccorso per altri malesseri. Mancano alcuni anelli importanti alla catena dell’emergenza».
Siamo ancora a un livello alto di allerta.
«Io sono un esperto di rischio chimico e batteriologico, ho il timore che il contagio possa aumentare, anche se con la chiusura della Regione si è contenuto molto. Ma non bisogna abbassare la guardia perché, come dicevo, i dati non sono veritieri, pensiamo a quanti sono arrivati dal Nord senza dichiararsi. San Lucido, per fare un esempio, è ancora una pentola in ebollizione. La tecnica da adottare in un caso come questo è quella del “nido d’ape”: quando si infettano le celle le altre si blindano e preservano l’arnia. Ecco perché la cosa migliore sarebbe stata chiudere ogni città, singolarmente e subito, e forse lo stillicidio si sarebbe evitato».
È successo anche a lei di trovarsi in una situazione di pericolo?
«A me come ad altri. L’altro giorno qui è arrivata una chiamata per il 118 da una persona che aveva dolori addominali. Arrivati sul posto, i medici hanno scoperto che quella persona aveva febbre e problemi respiratori. Io stesso ho operato un paziente per un trauma, ma guardando l’Rx torace è uscito fuori che era un sospetto caso Covid. Se si continua così salta tutto il sistema di protezione».
Il caso che più l’ha segnata, da quando è cominciata questa emergenza, qual è stato?
«C’è un episodio che non riesco a dimenticare, mi torna sempre in mente. A gennaio, una signora, accompagnata dai figli, si è presentata al Pronto Soccorso di Paola. Del virus si parlava come di una cosa lontana, che interessava solo la Cina. La signora, che aveva delle patologie pregresse e soffriva di varici esofagee, sembrava avesse un problema solo respiratorio.
Sono stato chiamato in consulenza e ho visto una cosa che non mi era mai capitata di vedere in trent’anni di lavoro. Mentre le effettuavo la terapia, il suo polmone si è spaccato all’improvviso, ha perso tantissimo sangue ed è morta all’istante. Ho pensato subito che potesse essere un caso da segnalare, e ho sollecitato l’autopsia. Ma era gennaio, come dicevo il pericolo sembrava non ci riguardasse da vicino. Il dubbio però mi è rimasto. E mi chiedo se per caso non fosse malata di Covid19 e il virus avesse acuito poi il suo stato già precario».
Secondo lei la Protezione Civile calabrese sta agendo bene?
«Non mi esprimo sul suo operato, dico solo che al più presto andrebbe fatta una nomina. Probabilmente sarà emesso un bando, io parteciperò perché questa è un’emergenza medica e mi piacerebbe mettere la mia esperienza al servizio di questa regione».
Ha paura?
«Ho paura come tutti, sono un soggetto asmatico, se becco il virus ci rimango secco. Ma questo è il mio lavoro, questo devo fare e questo voglio fare».