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15/03/2024 ore 07.30
Cronaca

«L'Angioletto» assassino di Paola, l'ultimo mistero del caso Martello

L'alias attribuito a Luigi Berlingieri segna il suo coinvolgimento nell'omicidio del boss avvenuto nel 2003, il pentito Gennaro Bruni sentito ieri in aula
di Marco Cribari

Il giapponese, Faccia di ghiaccio, Faccia d’angelo e, infine, Angioletto. Fra i tanti nom de crime che hanno scandito la vita di Luigi Berlingieri, l’ultimo è quello per lui più insidioso. Non a caso, se oggi si ritrova sul banco degli imputati per l’omicidio di Luciano Martello, lo si deve anche a quell’alias attribuitogli dal pentito Franco Bruzzese. C’era un «Angioletto», infatti, nel commando entrato in azione il 12 luglio del 2003 per uccidere il boss di Fuscaldo all’epoca impelagato in un conflitto di mafia con la famiglia Serpa di Paola. Di questo ne è certo un altro collaboratore di giustizia, Gennaro Bruni, che a quei sicari sostiene di aver fatto da manutengolo.

Proprio lui, ieri, è intervenuto come testimone nel processo che si celebra in Corte d’assise e che vede sotto accusa Berlingieri, difeso dall’avvocato Nicola Rendace. Come già fatto durante le indagini, Bruni ha ribadito in aula di aver preso parte alle fasi precedenti e successive all’omicidio. È uno dei tanti figli del defunto Francesco Bruni detto “Bella bella”, ma nel tempo solo alcuni di loro scelgono di seguire le orme del padre. Fra questi non c’è Gennaro.

L’uomo sostiene di essere stato coinvolto nel giro dal fratello Michele, il più rampante della stirpe, colui il quale da giovane boss stringerà un’alleanza con i Serpa e con gli zingari di Cosenza. L’incarico che gli affida è quello di fare da ufficiale di collegamento tra il della città capoluogo e quello paolano. Per Gennaro è agevole, dato che lui risiede nella località tirrenica. E così, il giorno prima dell’agguato, gli tocca il compito di andare a prendere «tre persone al cimitero di Paola» per portarle a casa di Nella Serpa.

Lì arriverà poi una telefonata che segnala la presenza del bersaglio in pizzeria, sulla Statale 107. A quel punto, il terzetto si muove «con le armi fornite loro da Nella Serpa» e porta a termina la missione di morte. Il giorno successivo Gennaro Bruni riceve ulteriori istruzioni: «Insieme a Umile Miceli» deve andare «a recuperare i tre killer» che si nascondono sulla montagna di Fuscaldo. Due di loro sostiene di conoscerli personalmente: sono suo fratello Luca Bruni e Giovanni Abbruzzese. Del terzo, ignora le generalità, e vent’anni dopo non è più in grado di riconoscerlo, ma all’epoca sente che gli altri si rivolgono a lui chiamandolo «Angioletto».

È uno dei principali indizi, se non il principale, contro Berlingieri. Nel 2015, infatti, Franco Bruzzese dirà che era questo uno dei modi più confidenziali con cui si faceva appellare. È l’unico collaboratore di giustizia che riferisce questa circostanza, ma si aggiunge ad altri, come Daniele Lamanna, che afferma di sapere, seppur per sentito dire, che c’era anche lui, Berlingieri, nel gruppo di fuoco entrato in azione quella sera d’estate tra Paola e Fuscaldo.

Il processo ruota tutto attorno a questi elementi e nella prossima udienza entrerà nel vivo proprio con la testimonianza di Bruzzese. Si tratta dell’appendice lugubre a una vicenda che ha già detto tutto in termini giudiziari con le condanne definitive di Nella Serpa e Giovanni Abbruzzese e la morte di Luca Bruni avvenuta nel 2013. Resta solo da sciogliere il mistero di un “Angioletto” assassino e in cerca d’autore.