L'incredibile messinscena di un cosentino: si finge deportato di Auschwitz, scrive libri e tiene incontri. Ma non è vero niente
Da Laino Borgo ai teatri del Veneto, passando per una misteriosa cantina: la surreale parabola dell’uomo che si inventò nobile prussiano per raccontare la Shoah
Ci sono storie in cui il confine tra il bisogno di attenzione e la fantastica rielaborazione della realtà finisce per scontrarsi con la rigidità inflessibile dei documenti storici. È il caso della vicenda emersa qualche anno fa sulle pagine del Corriere della Sera, incentrata su una delle figure più bizzarre e controverse della cronaca recente: un uomo che per lungo tempo è riuscito a incantare platee di studenti, teatri e istituzioni facendosi passare per un sopravvissuto al campo di concentramento di Auschwitz.
All'epoca dei fatti, l'ottantatreenne si presentava al pubblico con un nome altisonante e aristocratico, Samuel Artale von Belskij Levi, dichiarando di essere nato a Rostock da una facoltosa famiglia ebraico-prussiana. La sua narrazione era ricca di dettagli toccanti, confluiti persino in un libro autobiografico intitolato “Alla Vita”. Nei suoi affollati incontri pubblici, l'uomo ripercorreva gli orrori della giovinezza, descrivendo l'irruzione dei soldati nella propria abitazione, le umiliazioni quotidiane tra le baracche del lager, le perquisizioni tra i cadaveri alla ricerca di denti d'oro e i disperati tentativi di rubare cibo per sottrarre i compagni alla morte. Una testimonianza vivida e drammatica che non mancava di suscitare commozione ed applausi.
Tuttavia, la fitta agenda di conferenze ed eventi commemorativi subì un'improvvisa e definitiva battuta d'arresto quando il Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano decise di fare luce sulla sua identità. Il direttore dell'istituto, Gadi Luzzatto Voghera, insospettito da una serie di incongruenze cronologiche e storiche presenti nella memoria data alle stampe, avviò un'accurata indagine archivistica. Il riscontro con gli archivi internazionali dei perseguitati dal nazismo di Bad Arolsen fu perentorio: il nome di Samuel Artale non figurava in alcun registro di deportazione.
La realtà emersa dalle verifiche si rivelò ben diversa e condita da un pizzico di amara ironia. Il presunto aristocratico prussiano non arrivava affatto dalle fredde rive del Baltico, bensì da un comune della provincia di Cosenza: Laino Borgo. All'anagrafe, anno di nascita 1937, il suo vero nome risultava essere Gaetano Artale e, prima di stabilirsi in Veneto e vestire i panni del testimone della memoria, aveva svolto la professione di ingegnere in Nigeria. Di fronte all'evidenza di una carta d'identità che ne attestava senza ombra di dubbio le origini nella terra di Cosenza, l'uomo non perse la sua verve e continuò a sostenere la genuinità del proprio racconto.
Giustificò quel documento ufficiale definendolo una semplice registrazione burocratica di epoca più recente, arrivando ad affermare che i veri certificati di nascita rilasciati in Germania si trovassero ben custoditi in qualche punto imprecisato della propria cantina, un luogo segreto la cui ubicazione esatta era nota soltanto alla sua introvabile segretaria.
Nonostante i tentativi del protagonista di difendere una costruzione romanzesca ormai crollata, la reazione della comunità ebraica e degli storici fu rigida e immediata. Il rabbino di Padova, Adolfo Locci, sottolineò come la tragedia dello sterminio fosse stata già sufficientemente profanata nel corso della storia per potersi permettere il lusso di tollerare testimonianze inventate. Dal canto suo, la direzione del Centro di documentazione ribadì che la memoria della Shoah non necessita di spettacolarizzazioni né di invenzioni scenografiche.
La delicatezza della situazione fu confermata anche dall'entourage della senatrice a vita Liliana Segre. In occasione di un evento commemorativo nel Trevisano, la senatrice pretese la certezza che il sedicente superstite non fosse presente tra i relatori per non accostare la propria reale e dolorosa esperienza a quella di un millantatore. Come ricordò successivamente il figlio della senatrice, Luciano Belli Paci, la presenza di finti testimoni rappresenta una trappola estremamente pericolosa, poiché rischia di offrire involontariamente argomenti ai negazionisti. Allo stesso tempo, tuttavia, la rapida smentita della vicenda ha dimostrato la forza e l'accuratezza della ricerca storica, confermando che il dramma vissuto nei campi come Auschwitz rimane uno dei crimini meglio documentati dell'umanità.
Oggi, a distanza di anni da quella clamorosa inchiesta giornalistica, la figura di Gaetano Artale sfuma nel tempo. Che l'ingegnere originario di Cosenza stia ancora difendendo i suoi presunti documenti nascosti chissà dove o che la sua parabola personale si sia ormai conclusa lontano dai riflettori, il suo caso resta un monito singolare. Una storia che oscilla tra il surrealismo di un bluff dai contorni romanzeschi e l'esigenza imprescindibile di proteggere la verità storica di Auschwitz.