L'INTERVENTO | Domenico Bilotti: «Le tragedie di Cutro e Laino ci ricordano che l'azione della magistratura da sola non basta»
«A Cutro si è consumata solo pochi mesi addietro l’ennesima tragedia mediterranea, l’ennesima tonnara di migranti. Si è quasi rinunciato a contarli, identificarli, comprendere chi fossero e soprattutto con che dramma nel cuore partissero. Digeriti da un sistema triplicemente indifferente: sul lato dei numeri, perché migranti morti tra le onde sono in migliaia; sul lato dell’attenzione, perché si finisce presto in ultima pagina; sul lato della politica, perché si torna a parlare di un’invasione che non c’è.
A Laino Borgo, in una delle più incantevoli porzioni di terra in questa terra martoriata chiamata Calabria, una bellissima e giovanissima ragazza è morta nel contesto di un’escursione scolastica, facendo rafting. Attività non proprio agevole, non proprio comoda, non proprio priva di rischio. Strappata alla vita quand’era convinta, probabilmente divertita, curiosa dell’esperienza. Siamo, anche in questo secondo caso, alla fase due punto zero: quella dopo il lutto estremo e dopo lo sconforto, quella dove non c’è analisi pratica, ma informazione giudiziaria e poco altro. Peraltro, già raccontata maluccio sui media (che giudiziaria devono trattarne moltissima, fisiologicamente perciò cadendo sull’accortezza e sull’accuratezza descrittiva) e ancor peggio recepita da utenti, lettori e commentatori. Davanti alle ingiustizie della vita, in senso spietatamente materiale o idealmente etico, sempre più spesso ci troviamo invischiati nella giustizia come procedura: ce la concepiamo a uso e consumo, incoraggiati da categorie, dirigenze e personalità che parimenti la confezionano e la hanno confezionata come vogliono.
I due fatti sono molto distanti. Nel primo episodio, c’è in ballo un diritto migratorio all’italiana sovente inumano. Incapace di ottemperare al diritto dei trattati, di leggere le dinamiche economiche (perché la prosperità declinata al futuro ha, appunto, un futuro solo con un’integrazione molto più massiva dell’attuale), di curare le ferite della lacerazione, della paura e dello spavento. Così simili, in fondo, tra il muro di residenti alleprati dalla berlina bavosa di una politica di respingimenti e speranze e aspettative di chi scappa da guerre fisiche, e non solo morali. Bisognerà lì giudizialmente verificare se il lutto poteva essere evitato e, in caso contrario, senza aspettare alcuna panacea di condanna, chiedersi come strutturalmente impedire quel disagio, quella ricattabilità, quelle traversie di vita. Il secondo episodio, invece, così intimo, spiacevole, domestico e familiare, non ci sgomenta meno, non solo perché si immagina fortissimo il dolore degli affetti più vicini.
Ci chiediamo semmai, anche stavolta molto oltre la cornice giudiziaria (che è tema delicato, di garanzie, di procedimento e di contraddittorio: materia da far salva dalle invasioni di chi non ne sa, eppure la urla e sventola), cosa possa farsi per mettere in sicurezza le attrattive e le persone che le praticano. Non v’è dubbio che la stagione turistica calabrese somigli a un fegato grasso: si pompa di accumulo quando gli arrivano i fiotti delle grandi presenze; fa digiuni di mala programmazione, molto più che di salute. Anche in questo caso, siamo lontani anni luce dal colpevolismo senza processo – e, invero, anche dalla superficialità dei pochi che, giustamente intossicati dalla via giudiziaria alla politica, a priori escludono sempre le colpe di tutti o all’opposto le proclamano (tutti innocenti e tutti colpevoli è la scorciatoia migliore, uguale e contraria, per la pigrizia del nostro agire civile). Senza ingenuità velate di un umanesimo consolatorio, la nostra aspettativa è che la Calabria possa arrivare al momento di sapere raccontare (e vedere!) se stessa senza il bisogno né delle lacrime né degli schiavettoni. Che ci sia cioè la cura dell’azione dell’amministrazione nei contesti del disagio o della pericolosità, davanti a norme meno arbitrarie, adempimenti più funzionali, attrattiva senza spasmi e problematiche. Altrimenti gogna e bisogna continueranno a viaggiare in coppia con tutta l’inefficacia del caso. Nel piccolo vicino alle comunità locali coinvolte e travolte. Sconvolte e stravolte».