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28/03/2026 ore 10.00
Cronaca

Morte di Simona Vanessa, una consulenza esclude responsabilità penali nel caso di Rende

Dopo la richiesta di archiviazione della Procura di Cosenza, la difesa deposita una relazione che scarta annegamento e nesso causale con l’assenza del defibrillatore

di Antonio Alizzi
Il Parco Acquatico "Santa Chiara" di Rende

La Procura di Cosenza, come anticipato dalla nostra testata, ha chiesto l’archiviazione del fascicolo sulla morte di Simona Vanessa, la bambina di otto anni deceduta nel mese di luglio del 2025 nella piscina del parco acquatico “Santa Chiara” di Rende. Alla richiesta, già notificata alle difese, si aggiunge ora un ulteriore elemento: la consulenza medico-legale di parte, depositata dalla difesa e firmata dal dottor Ido Lista, che esclude profili di responsabilità penale a carico degli indagati, ritenendo l’evento non riconducibile ad annegamento e non prevenibile con l’uso del defibrillatore.

La decisione finale sull’archiviazione spetterà al gip, mentre la famiglia - tramite la parte civile - potrà valutare se presentare opposizione, chiedendo ulteriori accertamenti o contestando le conclusioni investigative.

La consulenza della difesa: «Quadro incompatibile con annegamento»

Nel parere preliminare, il consulente ricostruisce la dinamica riferita dai presenti: la minore si trovava in acqua, ha vomitato, è uscita autonomamente, sarebbe stata fatta rientrare per essere sciacquata e si è accasciata perdendo conoscenza. Da quel momento sarebbero state avviate manovre rianimatorie risultate inutili.

Il documento evidenzia, tra i rilievi autoptici ritenuti significativi, l’assenza di segni tipici dell’annegamento e sostiene che il quadro “macroscopico” deporrebbe per una morte improvvisa legata a cause naturali preesistenti o congenite, indicando come ipotesi differenziali eventi aritmici, crisi neurologiche o fenomeni riflessi legati allo shock termico. In questa cornice, la consulenza afferma che non sarebbe invocabile un difetto di sorveglianza, perché la sequenza descritta risulterebbe incompatibile con un annegamento dovuto ad abbandono o negligenza.

Il nodo defibrillatore: utilità solo in ritmi “defibrillabili”

Uno dei punti centrali della consulenza riguarda la mancata dotazione del DAE (defibrillatore automatico esterno). Il consulente sottolinea che il defibrillatore è efficace solo in presenza di ritmi cardiaci “defibrillabili” (fibrillazione ventricolare o tachicardia ventricolare senza polso) e che, nei casi di arresto secondario a ipossia o a meccanismi riflessi, il ritmo iniziale sarebbe più frequentemente asistolia o PEA, situazioni in cui la defibrillazione non è indicata né risolutiva. Da qui la conclusione: nel caso specifico non ci sarebbero elementi per affermare che la disponibilità del DAE avrebbe cambiato l’esito.

La consulenza richiama inoltre il tema normativo sostenendo che, per strutture ricettive o piscine non sportive, la dotazione del DAE sarebbe “consigliata” ma non obbligatoria salvo specifiche condizioni legate a eventi sportivi organizzati; e ribadisce che non è possibile documentare post mortem se il ritmo fosse defibrillabile, con conseguente impossibilità di sostenere un nesso causale tra assenza del DAE e decesso.

La richiesta di archiviazione della Procura e la perizia in atti

L’inchiesta, coordinata dal pm Antonio Bruno Tridico, aveva portato a ricostruire ogni elemento utile per verificare eventuali profili di responsabilità penale. Un passaggio ritenuto determinante è stato l’esito della perizia medico-legale affidata al dottor Silvio Berardo Cavalcanti, secondo cui la bambina sarebbe morta per congestione; e nella stessa relazione veniva indicato che, anche in presenza di defibrillatore – assente nella struttura al momento dei fatti – non vi sarebbe stata certezza di poter salvare la minore.

I fatti del 2025: sequestro della struttura e accertamenti

La tragedia risale a un pomeriggio dell’estate 2025, quando Simona Vanessa perse la vita in piscina. Subito dopo, la Procura dispose il sequestro dell’impianto e avviò gli accertamenti: i carabinieri della Compagnia di Rende acquisirono le immagini di videosorveglianza e apposero i sigilli. Nelle prime ricostruzioni circolate all’epoca si parlò di un malore in acqua, di un episodio di vomito e del peggioramento successivo fino all’annegamento, con tentativi di rianimazione avviati inizialmente da un familiare e poi proseguiti da due infermieri liberi dal servizio. Sullo sfondo, tra gli aspetti attenzionati, venne segnalata l’assenza del defibrillatore.