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28/10/2026 ore 12.30
Cronaca

Clan, gerarchie e affari nella Sibaritide: il racconto dell’ex boss Nicola Acri su Matalone “il contabile” e gli altri presunti affiliati

Nell’ordinanza i verbali dell’allora capo della cosca rossanese: i rapporti con Cassano e Cirò, le estorsioni e la gestione della cassa

di Antonio Alizzi
Il boss pentito Nicola Acri

Un’organizzazione con ruoli definiti, una cassa per sostenere i detenuti e le loro famiglie, rapporti con le altre cosche e interessi che dalla droga si estendevano alle attività economiche. È il quadro descritto da Nicola Acri negli interrogatori richiamati nell’ordinanza del blitz antimafia nella Sibaritide. Dichiarazioni che contribuiscono a ricostruire la storia criminale del territorio, ma sulle quali il gip pone una distinzione precisa: la conoscenza diretta del passato non può essere automaticamente estesa agli assetti più recenti.

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Acri è detenuto ininterrottamente dal 2010 e ha iniziato a collaborare con la giustizia il 21 maggio 2021. Il giudice non esprime dubbi sulla sua credibilità soggettiva, ma osserva che, quando riferisce della persistente operatività della cosca già a lui riconducibile, non indica le fonti dalle quali avrebbe appreso le informazioni durante la carcerazione. Per questo ritiene le sue dichiarazioni solo parzialmente utilizzabili nell’esame dell’attualità dell’associazione contestata al capo 1.

Cosa entra nell’ordinanza del gip

Nel profilo delineato dall’ordinanza, Acri avrebbe raggiunto appena ventenne la guida della ’ndrina rossanese, ottenendo il riconoscimento delle organizzazioni di Cassano all’Ionio e Cirò. Un’ascesa che il provvedimento collega alla capacità di commettere delitti, mantenere relazioni con altri gruppi e gestire attività illecite. La circostanza di essere figlio di un appartenente all’Arma, indicata come un ostacolo secondo le regole interne della ’ndrangheta, non gli avrebbe impedito di essere accolto nell’organizzazione.

Nei primi interrogatori Acri ripercorre un percorso iniziato con furti ed estorsioni, proseguito con il traffico di stupefacenti e segnato dagli omicidi dei quali riferisce agli inquirenti. Racconta inoltre di essere stato formalmente affiliato alla cosca Abbruzzese dopo un tentato omicidio che, secondo le sue dichiarazioni, gli sarebbe stato ordinato da Francesco Abbruzzese, detto “Dentuzzo”.

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Il rapporto con Cassano rappresenta uno dei passaggi della sua ricostruzione. L’altro riferimento è Cirò, attraverso la cosca Farao-Marincola. Acri attribuisce in particolare a Cataldo Marincola l’insistenza perché, dopo la scarcerazione di quest’ultimo nel 2006, venissero formalizzate le affiliazioni dei componenti del gruppo rossanese. Il collaboratore descrive così una struttura riconosciuta nell’ambito delle relazioni criminali dell’area ionica.

All’interno della cosca, Acri si colloca al vertice e attribuisce ad Annibale Matalone il ruolo di contabile. Indica poi Salvatore Galluzzi tra le figure di direzione, con un particolare interesse per gli stupefacenti, e richiama Francesco Sommario e Augusto De Simone tra gli uomini di maggiore rilievo. Sono ruoli riferiti dal collaboratore nei verbali del 2021, da leggere entro i limiti temporali evidenziati dal giudice.

Matalone presunto “contabile”

Secondo il suo racconto, la distribuzione dei compiti riguardava anche le relazioni esterne. Matalone avrebbe curato tradizionalmente la contabilità, mentre a Sommario sarebbe stata affidata la gestione dei rapporti con altri gruppi del Cosentino e del Crotonese, dopo alcune lamentele sull’attenzione riservata a questo settore.

La cassa comune, nella descrizione di Acri, aveva una funzione essenziale. Gli appartenenti al gruppo avrebbero dovuto garantire il sostentamento delle famiglie dei detenuti, pagare le spese legali e affrontare le necessità quotidiane. Il collaboratore afferma che anche la propria famiglia avrebbe ricevuto un contributo mensile fino all’avvio della collaborazione e attribuisce a Matalone il compito di sovrintendere a questi obblighi.

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Sul piano economico, Acri indica il traffico di droga come il settore al quale preferiva dedicarsi perché più redditizio. Accanto agli stupefacenti descrive però un sistema di estorsioni periodiche agli imprenditori, chiamati a versare denaro per evitare danni alle attività. Nel linguaggio che attribuisce agli ambienti criminali, il riferimento a un imprenditore come “amico” avrebbe potuto nascondere proprio il pagamento del pizzo. Le attività economiche menzionate nei verbali vengono quindi descritte, in questi passaggi, come destinatarie delle pretese estorsive.

Il racconto si allarga agli assetti di Corigliano, alle successioni ai vertici e alle tensioni tra gruppi. Acri attribuisce a Rocco Azzaro e Natale Perri un controllo su diverse zone del territorio nel periodo di sua conoscenza e ripercorre i contrasti maturati intorno a Tonino Bruno, detto “giravite”. Riferisce anche di un progetto omicidiario al quale avrebbe fornito mezzi e armi, precisando che non si sarebbe concretizzato durante il suo periodo di libertà. Si tratta di dichiarazioni del collaboratore sulle responsabilità altrui, che richiedono la valutazione dei riscontri e delle singole posizioni.

Le cooperative agricole

Un ulteriore capitolo riguarda le cooperative agricole. Acri descrive un possibile intreccio tra lavoro effettivo e assunzioni fittizie, che sarebbero servite a ottenere prestazioni previdenziali non dovute. Riferisce inoltre di falsi rapporti di lavoro utilizzati per consentire l’ingresso in Italia di cittadini stranieri dietro pagamento. Anche queste sono ricostruzioni contenute nei suoi interrogatori, non conclusioni definitive sulle responsabilità dei soggetti richiamati.

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Negli ultimi verbali riportati emerge, infine, la distanza tra le conoscenze del passato e i cambiamenti intervenuti durante la detenzione. Davanti ai fascicoli fotografici Acri riconosce diversi esponenti già conosciuti, mentre per altri dichiara di non sapere chi siano o manifesta incertezze. In alcuni casi precisa di non avere notizie sugli sviluppi successivi dei rapporti con l’organizzazione.