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18/06/2026 ore 09.30
Cronaca

Crollo del Ponte di Longobucco, la Procura di Castrovillari impugna i due proscioglimenti: «Valutazione errata»

D’Alessio chiede alla Corte d’Appello di riformare la sentenza del gup: al centro il ruolo dei collaudatori e il nodo dei micropali

di Antonio Alizzi

La Procura di Castrovillari ha presentato appello contro la sentenza di non luogo a procedere emessa dal gup del Tribunale di Castrovillari Luca Fragolino nell’inchiesta sul crollo di una campata del Viadotto Ortiano II, avvenuto il 3 maggio 2023 lungo la strada Longobucco-Mare.

L’impugnazione, firmata dal procuratore Alessandro D’Alessio, riguarda soltanto le posizioni di Mariano Mari e Luigi Giuseppe Zinno, entrambi componenti della commissione di collaudo dell’opera. La Procura chiede alla Corte d’Appello di Catanzaro di riformare la sentenza del gup e di disporre il rinvio a giudizio nei loro confronti.

Restano invece fuori dall’appello le altre posizioni definite con la sentenza numero 156 del 2026. Il gup aveva dichiarato il non luogo a procedere per Gian Franco Capiluppi, Emilio Michele Carravetta, Demetrio Carmine Festa e Alfonso Rocco Ruffolo con la formula del non aver commesso il fatto. Per Mari e Zinno, invece, il proscioglimento era stato disposto perché, secondo il giudice, gli elementi acquisiti non consentivano di formulare una ragionevole previsione di condanna.

È proprio questo il punto contestato dalla Procura. Nell’atto di appello, l’ufficio inquirente sostiene che il gup avrebbe applicato in modo errato la regola di giudizio introdotta dalla riforma Cartabia, trasformando il vaglio dell’udienza preliminare in una sorta di giudizio anticipato di merito. Secondo la Procura, in questa fase non sarebbe richiesta una prova piena oltre ogni ragionevole dubbio, ma una valutazione prognostica sulla possibilità di arrivare a una condanna in dibattimento.

Il procedimento nasce dal cedimento del viadotto Ortiano II, opera realizzata nell’ambito del IV lotto della strada Mirto-Longobucco-Sila. Secondo la ricostruzione tecnica richiamata anche nell’appello, il crollo sarebbe stato provocato dallo scalzamento del piano fondale della pila numero 3, causato dalla piena del fiume Trionto. La causa principale è stata individuata nell’errata progettazione e realizzazione del sistema di fondazione diretta delle pile in alveo.

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Al centro della vicenda c’è il tema dei micropali. Il progetto definitivo prevedeva 32 micropali per pila. L’offerta tecnica aggiudicataria li aveva ridotti a 15 con funzione di protezione antiscalzamento. Nel progetto esecutivo, però, secondo la ricostruzione dell’accusa, quei micropali sarebbero stati eliminati integralmente, pur continuando a comparire in alcuni elaborati grafici.

La sentenza del gup aveva escluso la sussistenza di elementi sufficienti per mandare a processo Mari e Zinno, ritenendo non dimostrato che i due collaudatori avessero piena conoscenza della documentazione necessaria a cogliere la difformità tra progetto, contratto e opera realizzata.

La Procura di Castrovillari contesta questa impostazione. Nell’appello si sostiene che Mari e Zinno, in quanto ingegneri e componenti della commissione di collaudo statico e tecnico-amministrativo, avessero un preciso dovere di verifica sulla conformità dell’opera al contratto, alle varianti e agli atti approvati. Secondo l’accusa, i collaudatori avevano ricevuto il contratto d’appalto e la documentazione collegata, nella quale era ricompresa l’offerta tecnica dell’impresa aggiudicataria.

Per il pubblico ministero, dunque, non sarebbe corretto sostenere che i due non fossero tenuti a conoscere gli atti di gara. L’offerta tecnica, nell’impostazione dell’appello, non era un elemento separato o marginale, ma parte integrante del rapporto contrattuale. Da qui la tesi secondo cui i collaudatori avrebbero dovuto confrontare quanto previsto contrattualmente con quanto effettivamente realizzato.

Un altro passaggio centrale riguarda la presunta difformità dell’opera. Secondo la Procura, l’eliminazione dei micropali non sarebbe stata coperta da alcuna variante formalmente approvata, né da atti aggiuntivi o da una perizia di assestamento finale. Si sarebbe trattato, quindi, di una modifica non formalizzata, che avrebbe dovuto emergere nel corso del collaudo.

Nell’atto di appello è stato valorizzato anche il profilo contabile. La voce relativa ai micropali, secondo la Procura, aveva un valore economico rilevante e non poteva essere considerata una lavorazione marginale. Proprio per questo, la mancata emersione contabile della soppressione di un’opera di tale entità avrebbe dovuto rappresentare un segnale d’allarme per i collaudatori.

Il procuratore D’Alessio contesta inoltre la valutazione del gup Fragolino sul nesso causale. Secondo l’appello, se Mari e Zinno avessero rilevato la difformità e negato il collaudo, oppure rilasciato un certificato con prescrizioni, l’opera non sarebbe entrata in esercizio nelle condizioni in cui poi è crollata. Da qui la tesi dell’esistenza di una posizione di garanzia in capo ai collaudatori.

Nel ricorso è stato richiamato anche l’evento alluvionale del settembre 2009, che aveva già interessato l’area del fiume Trionto. Per la Procura diretta da D’Alessio, quell’episodio non dimostrerebbe la tenuta dell’opera, come ritenuto dal gup, ma avrebbe dovuto rappresentare un segnale di allarme sulla necessità di verificare con maggiore attenzione la protezione delle fondazioni rispetto al rischio di erosione.

Nel ricorso si evidenzia inoltre che la piena del maggio 2023 non sarebbe stata un evento eccezionale tale da interrompere il nesso causale. Si tratterebbe, secondo l’accusa, proprio del tipo di rischio prevedibile contro il quale le opere antiscalzamento avrebbero dovuto proteggere il viadotto.

La Procura precisa infine che l’appello non riguarda la posizione di Ruffolo, componente della commissione di collaudo ma agronomo di formazione. L’ufficio inquirente ritiene non irragionevole il proscioglimento disposto nei suoi confronti, in ragione della sua estraneità alle verifiche tecnico-strutturali.