Athena, condannato Celestino Abbruzzese: sette anni per estorsione mafiosa
Il Tribunale di Castrovillari ha accolto la richiesta della Dda di Catanzaro. Riconosciuta l’aggravante e la continuazione tra gli episodi contenuti nel procedimento penale
Il Tribunale di Castrovillari ha condannato a sette anni di reclusione Celestino Abbruzzese, alias “Asso di Bastoni”, nel processo con rito ordinario nato dall’inchiesta Athena. La sentenza è stata emessa dal collegio presieduto dal presidente Carmen Bruno.
La posizione di Abbruzzese era stata stralciata rispetto al troncone principale del procedimento per la scadenza dei termini di custodia cautelare. La Dda di Catanzaro, rappresentata in aula dal pubblico ministero Alessandro Riello, aveva chiesto la condanna dell’imputato a sette anni per il reato di estorsione. Richiesta accolta dal Tribunale, che ha riconosciuto l’aggravante mafiosa e la continuazione tra i vari episodi estorsivi.
Celestino Abbruzzese è il padre di Francesco Abbruzzese, alias “Dentuzzo”, ritenuto il capo del clan degli “zingari” di Cassano all’Ionio, ed è nonno di Luigi Abbruzzese, indicato dagli inquirenti come presunto reggente dell’omonima cosca cassanese.
Al centro della contestazione vi sono alcuni episodi estorsivi ricostruiti nell’ambito dell’inchiesta Athena condotta dai carabinieri del Comando Provinciale di Cosenza. Dalle intercettazioni era emerso il racconto di un addetto di un’azienda edile operante nella Sibaritide, che si sarebbe rivolto a Leonardo Portoraro, ucciso nel 2018 a Villapiana, per chiedere spiegazioni dopo che un altro soggetto si era presentato a nome degli Abbruzzese per ottenere materiale edile.
Secondo la ricostruzione accusatoria, le richieste di materiale senza pagamento avrebbero creato un clima di forte pressione nei confronti della persona offesa. L’uomo, a causa delle continue visite e delle pretese subite, avrebbe maturato persistenti stati d’ansia, fino a decidere di andare in pensione perché non riusciva più a sopportare quella situazione.
Nel procedimento è stato richiamato anche l’episodio delle “gocce”. In una conversazione, riferendosi ai farmaci assunti dalla persona offesa per gestire lo stato d’ansia, Celestino Abbruzzese avrebbe detto: «”Queste a me mi hanno salvato”». Una frase letta nel quadro delle pressioni subite dall’addetto dell’azienda edile, in un contesto nel quale, secondo quanto emerso, “la gente voleva la merce senza pagare”.
Prima della decisione, il Tribunale ha sentito in aula il medico psichiatra Ruffolo, nominato per valutare le condizioni dell’imputato. Il perito ha riferito che Celestino Abbruzzese è compatibile con il regime carcerario. Secondo quanto emerso, l’imputato starebbe bene sotto il profilo psichico e le eventuali criticità sarebbero legate alla mancata accettazione delle cure.