Processo Reset, la lunga continuità mafiosa: da Garden alla confederazione tra italiani e “zingari”
Ecco cosa hanno scritto i giudici Ciarcia, Vigna e Granata nel procedimento penale contro una vasta associazione mafiosa operante tra Cosenza, Rende e Roggiano Gravina. Da “Garden” a “Rango-zingari”: la storia criminale cosentina
Le motivazioni del processo Reset - rito ordinario - collocano l’imputazione del capo 1 all’interno di una traiettoria storica ben definita, che affonda le radici negli anni Settanta e si sviluppa senza soluzione di continuità fino al 2020. La Corte ricostruisce una progressione temporale delle organizzazioni di ’ndrangheta operanti a Cosenza e provincia, già accertate in numerosi processi definitivi, che costituisce la base fattuale e giuridica dell’attuale contestazione.
Secondo i giudici Carmen Ciarcia, Iole Vigna e Urania Granata, infatti, «l’oggetto del processo costituisce la “progressione” in ordine temporale delle vicende che hanno formato oggetto di sentenze passate in giudicato, attraverso le quali è stato ricostruito l’assetto criminale delle articolazioni di ’ndrangheta presenti sul territorio di Cosenza e provincia a partire dagli anni 70 fino al 2012».
In questo arco temporale è stata «accertata l’esistenza e l’operatività di una serie di organizzazioni criminali, i cui vertici si sono succeduti nel corso del tempo, la cui natura è da ricondurre all’ambito applicativo di cui all’art. 416 bis c.p.».
Dai clan Perna-Pranno e Pino-Sena alla prima guerra di mafia
Il primo snodo è rappresentato dal processo Garden, che tra il 1997 e il 2000 aveva accertato la presenza, nel territorio cosentino, di due sodalizi mafiosi contrapposti: Perna-Pranno e Pino-Sena. Operativi dagli anni Settanta fino al 1994, erano dediti a «gravi reati contro il patrimonio, alla violazione della normativa in tema di armi, e a reati di omicidio».
Al vertice del clan Perna-Pranno veniva individuato Franco Perna, ritenuto il mandante di una lunga serie di omicidi nella faida che aveva insanguinato la città. Nel fronte opposto operavano soggetti come Ruà, Arturi, Lanzino, Gentile, Patitucci e Bruni “Tupinaru”, anche grazie ai contributi di collaboratori di giustizia come lo stesso Pino e Arturi.
Le sentenze di quel periodo descrivono una vera e propria guerra di mafia che, tra il 1978 e il 1986, provocò una sequenza di omicidi, accompagnata dal «passaggio di alcuni esponenti del gruppo dei cd “zingari” con la fazione che faceva capo al Pino» e dal radicamento di parte della consorteria a Cassano allo Ionio.
Negli anni successivi, tuttavia, i due gruppi si ricompattano. «Mossi dall’intento di ottenere i maggiori guadagni dalle attività illecite comuni, finivano per ricompattarsi, concentrandosi sugli affari che, con i grandi appalti pubblici, si profilavano all’orizzonte».
Il processo Missing e l’assetto delle cosche cosentine
Il processo Missing cristallizza questa fase di transizione. La Corte ricorda che esso «si pone in continuità con il processo c.d. Garden», avendo ad oggetto una serie di omicidi commessi dagli esponenti dei due gruppi storici.
Ne scaturirono condanne all’ergastolo per Bruni “Tupinaru”, Castiglia, Ruà, Pasquale Pranno e Domenico Cicero, mentre vennero riconosciuti anche altri omicidi, come quelli commessi dai fratelli Bruni, esponenti della futura cosca Bella-Bella. Emergono in questa fase anche gli Abbruzzese, indicati come riferimento del gruppo degli “zingari”.
Secondo i giudici, già allora «veniva accertata la definizione dei nuovi assetti delinquenziali determinati dalle cosche “cosentine” (Lanzino-Cicero) sulla costa tirrenica, secondo una precisa ripartizione dei territori».
Il clan Perna-Ruà e la nascita del gruppo Cicero-Lanzino
Il processo Tamburo segna un passaggio decisivo: nasce un nuovo assetto, frutto della fusione dei precedenti clan. La Corte lo descrive come il gruppo Perna-Ruà, poi noto anche come Cicero-Lanzino, dopo il ritorno in libertà di Ettore Lanzino e Domenico Cicero alla fine degli anni Novanta.
È in questa fase che l’organizzazione si struttura in modo moderno, dotandosi di una cassa comune e di veri e propri contabili: «Con l’acquisto di armi e stupefacenti, il pagamento degli stipendi agli affiliati e l’assistenza ai detenuti e ai loro familiari». Viene accertata anche l’esistenza di un gruppo di fuoco composto da killer come Gatto, Presta e Chirillo.
Le sentenze definitive tra il 2005 e il 2013 riconoscono «l’esistenza del sodalizio di ’ndrangheta operante dal gennaio 1999 al novembre 2002, denominato clan Cicero-Lanzino, quale naturale evoluzione di quello denominato Perna-Ruà», con una «locale di ’ndrangheta con competenza provinciale».
Twister, Terminator, Vulpes: la continuità dell’associazione
Nei primi anni Duemila, con i processi Twister e Terminator, la magistratura accerta che la stessa struttura continua ad operare, con vertici in Lanzino, Presta, Chirillo e Castiglia, e con una pluralità di reati fine: estorsioni, usura, traffico di droga, riciclaggio.
Nel processo Terminator II viene riconosciuto che gli omicidi di Chiarello, Bruni e Sena erano stati commessi «al fine di agevolare le associazioni di tipo mafioso, quella capeggiata da Francesco Abbruzzese e quella denominata Cicero-Lanzino operante a Cosenza».
Il successivo Terminator IV certifica che l’associazione opera «in Cosenza e provincia fino al novembre 2011», con la condanna di Lanzino, Patitucci e altri per 416 bis.
Con Vulpes, la Corte d’Appello di Catanzaro ricostruisce l’operatività, fino al marzo 2013, della cosca «capeggiata sin dal 2000 da Lanzino», riconoscendo la continuità dell’assetto e dei ruoli.
Rango-Zingari e Magnete: la nuova fase
Dopo il 2012 emerge il gruppo Rango-Zingari, che, secondo le sentenze irrevocabili, diventa «il gruppo criminale di riferimento della città di Cosenza e provincia», con un’organizzazione articolata, una cassa comune e la gestione condivisa di estorsioni e traffici.
Parallelamente, il processo Magnete accerta la prosecuzione delle attività sotto la guida degli eredi di Cicero, con Musacco e Castiglia, mentre Patitucci, Raimondo e Cozza emergono come figure operative nei nuovi equilibri.
La chiave di lettura del processo Reset
È su questo sfondo che la Corte inquadra il capo 1 del processo Reset. Le sentenze definitive, scrivono i giudici, «costituiscono il substrato e la chiave di lettura delle vicende oggetto del processo in trattazione».
La ricorrenza degli stessi nomi, delle stesse famiglie e delle stesse logiche criminali consente di individuare «un filo conduttore unitario, quello della prosecuzione dell’attività criminosa delle associazioni operanti sul territorio».
Non si tratta, secondo il Collegio, di una semplice coesistenza tra gruppi, ma di qualcosa di più, ovvero «una vera e proprio gruppo d’impresa, caratterizzato dalla comunione di intenti, e dalla massimizzazione dei profitti. Si profila in tal modo la confederazione ipotizzata al capo 1) dell’imputazione».
Ed è proprio questa confederazione mafiosa, costruita sulle fondamenta di quarant’anni di storia criminale giudiziariamente accertata, che il processo Reset è stato chiamato a valutare la fondatezza di tale accusa. (prima parte)