Racket delle pesche a Cassano, le vittime erano quasi contente di pagare
Le chiamano estorsioni ambientali. Sono quelle sussurrate, non urlate. Perpetrate senza fare troppo rumore. Si registrano quando per convincere la vittima a pagare non è necessaria la minaccia, è sufficiente la presenza. Perché quando l’autorità criminale è riconosciuta come tale, ogni parola allora diventa superflua. Quelle eseguite dal gruppo Abbruzzese nel settore dell’ortofrutta sono estorsioni così, almeno secondo il parere della Dda di Catanzaro condiviso per ora dal gip distrettuale.
A cadenza settimanale, gli imprenditori consegnavano loro tonnellate di pesche sistemate all’interno dei capienti contenitori agricoli noti come bins. E lo facevano senza battere ciglio. Molti di loro non la consideravano neanche un’imposizione. Le testimonianze raccolte durante le indagini lo dimostrano in modo quasi impietoso. «Davo loro la frutta di seconda scelta» spiega una delle vittime ai magistrati. Per la azienda quella merce «ha un costo irrisorio» e quindi lui riteneva di «poterla cedere senza subire un danno economico rilevante». Gli fa eco un suo collega, che a proposito delle continue richieste di forniture gratuite pervenutegli dagli zingari, sostiene di non averle «mai percepite come soprusi», dal momento che le stesse non erano formulate «con toni aggressivi».
Minimizzare è la parola d’ordine che li accomuna quasi tutti e tutte. E dato che in un bin c’entrano fino a duecento chili di frutta, «su una produzione annua di diecimila quintali, per me dare loro pochi bins di pesche non era una grave perdita» rileva un’imprenditrice agricola alla quale è anche capitato di dire «no, oggi non posso darvela». Lo hanno fatto anche altri e senza subire conseguenze, ma secondo gli investigatori pure questo atteggiamento morbido fa parte della strategia degli Abbruzzese: rinunciare oggi a ciò che si è certi di ottenere domani. Dalle interviste, emerge che alcune forniture le pagavano, erano comunque loro a «stabilire il prezzo».
Cosa ne facevano poi di tutta quella frutta? La rivendevano in modalità ambulante, non a Cassano dove, a detta degli imprenditori non esiste questo tipo di commercio, bensì nella città di Cosenza. Tonnellate di pesche di qualità non eccelsa, ma comunque commestibili purché l’annata sia favorevole. È capitato, infatti, che alcune non lo siano state affatto e all’infuori della frutta di prima scelta, il resto fosse da buttare. Un giorno, uno degli imprenditori alle prese con gli Abbruzzese, tenta di superare l’ostacolo così: contenitori pieni di frutta scadente occultata alla vista da uno strato superficiale di quella eccellente. La merce, però, gli torna indietro dopo 24 ore con un messaggio inoppugnabile: «Questa la puoi dare ai maiali». Anche stavolta, niente minacce.