Processo Reset, il ruolo di Patitucci e la “bacinella”: il cuore della confederazione
Intercettazioni e sentenze descrivono il sistema unitario che gestiva estorsioni, stipendi e affari. Così il boss di Cosenza si era alleato con gli “zingari”
Nella ricostruzione operata dal Tribunale di Cosenza, la figura di Francesco Patitucci è uno dei perni centrali della confederazione criminale contestata al capo 1 del processo Reset. Il suo ruolo emerge non solo dalle sentenze passate in giudicato, ma anche dalle intercettazioni e dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che descrivono una struttura unitaria, fondata sulla condivisione dei proventi e sul controllo coordinato del territorio.
Le motivazioni ricordano che per Patitucci «l’accertamento definitivo concerne il ruolo di reggente dell’associazione Ruà/Lanzino fino al dicembre 2011». La sua figura diventa dunque il punto di raccordo tra l’assetto storico della cosca Lanzino-Ruà e la nuova fase della confederazione che si consolida negli anni successivi.
Secondo la Corte (Ciarcia, Vigna e Granata), la presenza di Patitucci e di altri soggetti già condannati per 416 bis in precedenti processi consente di individuare «un filo conduttore unitario, quello della prosecuzione dell’attività criminosa delle associazioni operanti sul territorio», che evolve da una fase di conflittualità ad una di cooperazione stabile.
La confederazione come impresa criminale
Il Collegio descrive il nuovo assetto non come una semplice tregua tra gruppi, ma come una vera e propria organizzazione federata, «non semplicemente ad una coesistenza pacifica dei vari gruppi criminali, ma ad un vero e proprio gruppo d’impresa, caratterizzato dalla comunione di intenti, e dalla massimizzazione dei profitti».
È questo modello che viene contestato al capo 1: una confederazione di sette gruppi criminali, riconducibili ai rispettivi capi-referenti – Patitucci, Porcaro, gli Abbruzzese “Banana”, gli “altri Zingari”, Presta, Di Puppo, D’Ambrosio – uniti da un unico progetto criminale.
L’accusa parla infatti di una struttura «federata in un sistema di impresa criminale, i proventi della quale affluivano in una unica bacinella».
La “bacinella” come strumento di governo
Il funzionamento concreto di questo sistema emerge in modo particolarmente chiaro dalle intercettazioni effettuate nell’abitazione di Patitucci nel 2020. La Corte sottolinea che la conversazione tra Patitucci e Illuminato è già di per sé «un solido riscontro alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia». In quel dialogo vengono affrontati i nodi centrali della confederazione: le estorsioni, i prestiti a usura, i nominativi degli associati e soprattutto la gestione del denaro.
Secondo i giudici, in quell’occasione Patitucci parla apertamente delle attività illecite, indicando i sodali e i rapporti interni al gruppo: «Gentile Rinaldo, Porcaro Roberto, Piromallo Mario detto Renato, Ariello Salvatore, Di Puppo Michele e Di Puppo Umberto, “Maruzzu”, Gatto Mario “Ettaruzzu”, Sottile Ettore, Superbo Alberto, Bruni Gianfranco detto “Tupinaru”».
Ma il cuore della conversazione riguarda la spartizione del denaro e il pagamento degli stipendi ai detenuti. Illuminato si fa portavoce delle lamentele di Piromallo e Di Puppo, mentre Patitucci si occupa direttamente dei versamenti per Roberto Porcaro e Gianfranco Bruni. I due calcolano «la somma complessiva di circa ottomila euro mensili» destinata al mantenimento degli affiliati in carcere.
La Corte descrive così il meccanismo: «Emerge il sistema, oggetto di polemiche interne agli associati, della bacinella dell’associazione, nella quale dovrebbero confluire i proventi delle varie attività illecite (estorsioni, traffico di droga, usura), suddivisi appunto tra gli esponenti di riferimento dei singoli gruppi (al cui vertice si pone Patitucci)».
Una parte delle somme, precisano i giudici, è destinata «al mantenimento in carcere dei detenuti e al supporto delle loro famiglie», compresi quelli sottoposti al regime di 41 bis, «alle cui mogli viene riconosciuta mensilmente una somma di denaro».
I rapporti con gli “zingari”
Nelle intercettazioni emerge anche il rapporto con l’altra grande componente della confederazione, quella degli “zingari”. Patitucci stesso afferma: «Vengono gli zingari e vogliono l’estorsione dei camion e gliela dobbiamo dare». È la conferma, per la Corte, di una struttura federata nella quale i diversi gruppi mantengono la propria identità ma condividono affari e regole.
Patitucci come snodo del sistema
Nel quadro delineato dalle motivazioni, Patitucci appare come il vertice operativo del sistema subito dopo la sua scarcerazione. I giudici sottolineano che egli «subito dopo la sua scarcerazione, riprende il ruolo già ricoperto», tornando a dirigere i flussi economici e i rapporti tra i gruppi.
Le riunioni nella sua abitazione, gli incontri con gli affiliati e perfino le interlocuzioni con le mogli dei detenuti diventano parte integrante del funzionamento della confederazione.
È in questo intreccio di soldi, ruoli e fedeltà che la Corte individua il nucleo del capo 1 del processo Reset: una struttura unitaria, fondata su una cassa comune, sulla divisione dei territori e su un’autorità riconosciuta. (seconda parte)