Ritorno al passato, lo strano caso di Edgardo Greco
Negli anni ruggenti lo chiamavano il Killer delle carceri. Colpa o merito dell’attentato (va da sé, fallito) da lui teso a Franco Pino durante una comune detenzione. Dopo il suo arresto, avvenuto lo scorso 2 febbraio in Francia, i giornali d’Oltralpe lo hanno ribattezzato con scarsa fantasia “Le pizzaïolo mafieux”. Gli appellativi si sprecano per Edgardo Greco. E in certo senso valgono per lui un’ulteriore condanna: tanto immeritato era il suo vecchio soprannome, quanto ingeneroso è quello appioppatogli più di recente.
Comunque vada a finire la tormentata storia dell’ex latitante cosentino, sfuggito per diciassette anni all’ergastolo e ora ostaggio dei tentennamenti della procedura penale a cavallo tra due Paesi (estradizione sì, estradizione no), un dato emerge comunque con chiarezza: la sua appartenenza alla ‘ndrangheta non è più attuale. Il vecchio affiliato del clan Perna-Pranno non esiste più, nessuno può negarlo. Il Paolo Dimitrio – a Saint-Etienne si faceva chiamare così – acciuffato dopo 17 anni di invisibilità è ormai una persona diversa da quella di trent’anni fa, epoca in cui prese parte al massacro della pescheria di via Migliori, il fattaccio per il quale oggi dovrebbe scontare il carcere a vita.
Lo sanno benissimo gli investigatori che, in anni e anni di ricerche, hanno potuto appurare come il fuggitivo avesse reciso i legami con il proprio passato, sia criminale che affettivo. Nessun rapporto con i vecchi compagni d’arme, nessun contatto con i familiari. Niente di niente. Anche in Francia, seppur sotto mentite spoglie, il “cuoco” di Perna (cucinare è sempre stato il suo mestiere) si era integrato benissimo. “Un bon bon” lo definivano clienti, colleghi e chiunque abbia avuto a che fare con lui. Anche quando la maschera è stata strappata, l’imbroglio infine rivelato, il loro giudizio non è mutato.
Dal carcere in cui si trova recluso, in attesa di conoscere il proprio destino, il diretto interessato ha fatto sentire la propria voce. Ha parlato attraverso il suo legale, David Metaxas, l’uomo che è stato in grado di trasformare una formalità – l’estradizione – in un vero e proprio intrigo internazionale. “Mi sono trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato” ha affermato Greco, tornando con la mente ai fatti per cui la Giustizia italiana lo insegue: la sua partecipazione al duplice omicidio di Stefano e Pino Bartolomeo.
C’era anche lui il 7 gennaio del 1991 nel soppalco di quella pescheria, oggi demolita per far spazio a un parcheggio, armato di spranga e intento a massacrare i due fratelli “ribelli”? Quel crimine, com’è noto, è inquadrato nel contesto della seconda guerra di mafia a Cosenza scatenata alla fine degli anni Ottanta proprio dai Bartolomeo in società con i fratelli Notargiacomo.
Quel conflitto è anche la cronaca del loro tentativo – rivelatosi poi velleitario – di affrancarsi dalla casa madre, il clan Perna-Pranno, fino al punto di soppiantarla. La guerra termina con la morte dei due Bartolomeo cui fa seguito la fuga dei Notargiacomo, diventati poi collaboratori di giustizia. E la fine della ostilità coincide proprio con i fatti di via Migliori. C’era anche Edgardo Greco in quel giorno luttuoso e catartico?
C’era, questo è fuor di dubbio. E’ lui stesso ad ammetterlo nel 1996, mentre è in corso il processo “Garden” e lui, come altri, sceglie la strada del pentimento in diretta. Durante un’udienza, prende la parola e annuncia di voler collaborare. Tra le altre cose, confessa di aver preso parte all’agguato contro i Bartolomeo. Quell’omicidio, però, non è argomento trattato nel processo. E così le sue dichiarazioni restano lì appese, a soffiare nel vento.
Accade, però, che tempo un anno e Greco faccia dietrofront. Non collabora più. Fa perdere le proprie tracce, convinto di essersi lasciato tutto alle spalle, ma non è così. Nel 2006, infatti, la Dda decide di mettere mano ai vecchi omicidi di mafia. Lo fa con “Missing”, la maxi-inchiesta che porta in aula anche il caso dei Bartolomeo. Un secondo ciclone giudiziario si abbatte sui vecchi esponenti della mala cosentina. In molti tornano dietro le sbarre e nel gruppo degli arrestandi c’è anche lui, Edgardo Greco. I carabinieri lo cercano, ma non lo trovano. Ormai è uccel di bosco.
Il processo lo affronta da contumace e la linea difensiva prescelta dal suo avvocato è quella della ritrattazione. Non è vero che ha preso parte al massacro. Anzi, nel giorno incriminato aveva un alibi: si trovava a Rogliano, a una ventina di chilometri da via Migliori. I giudici non gli credono. E il verdetto finale non lascia spazio alla fantasia: ergastolo. E questo è tutto.
Il resto è cronaca dei giorni nostri. Tra le cose che Greco ha riferito per il tramite di Metaxas, c’è anche l’illusione da lui coltivata in questi anni vissuti sotto mentite spoglie. “Credevo non mi cercasse più nessuno, pensavo che potesse essere tutto prescritto”. E invece, trent’anni dopo, il passato bussa alla sua porta. E ha il volto feroce.
Il prossimo 16 gennaio sapremo se la questione procedurale sollevata dal suo difensore e l’incredibile pasticcio combinato prima dall’Italia e poi Francia, basteranno a riportarlo in libertà. Diversamente, Giustizia sarà fatta a scoppio ritardato e avremo un ergastolano in più dietro le sbarre. Non un pericoloso mafioso, ché quello non esiste più da tempo. Solo un cuoco che sperava di averla fatta franca.