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23/04/2026 ore 17.31
Cronaca

Omicidio Sargonia Dankha, in appello 14 anni per il cosentino Salvatore Aldobrandi

La Corte d’Assise d’Appello di Genova riforma l’ergastolo inflitto in primo grado all’ex pizzaiolo originario di San Sosti

di Redazione
Salvatore detto “Salvo” Aldobrandi e Sargonia Dankha

Dopo un’udienza lunghissima è arrivato un verdetto che ridisegna in modo profondo il primo giudizio. La Corte d’Assise d’Appello di Genova ha condannato a 14 anni di reclusione Salvatore detto “Salvo” Aldobrandi, originario di San Sosti, nel Cosentino, ed ex pizzaiolo residente a Sanremo, per la vicenda legata alla scomparsa e all’omicidio di Sargonia Dankha, la giovane di origini irachene sparita a Linköping, in Svezia, il 13 novembre 1995.

La decisione arriva a sorpresa rispetto alle richieste dell’accusa. In primo grado, infatti, Aldobrandi era stato condannato all’ergastolo, e la stessa pena era stata nuovamente chiesta in appello dal procuratore generale Enrico Zucca, che nella sua requisitoria aveva chiesto ai giudici di confermare integralmente la sentenza emessa il 15 dicembre 2024 dalla Corte d’Assise di Imperia.

In appello cade l’ergastolo per Salvatore Aldobrandi

Il collegio era presieduto dal giudice Alessandro Farina. Sul banco dell’accusa il procuratore generale Enrico Zucca, che aveva chiesto ai giudici togati e popolari di respingere tutte le eccezioni avanzate dalla difesa, rappresentata dagli avvocati Fabrizio Cravero e Mario Ventimiglia.

La requisitoria del procuratore generale: «L’odierno imputato è un assassino»

Nel corso della sua requisitoria, durata oltre un’ora, Enrico Zucca aveva usato parole durissime nei confronti dell’imputato. «L’odierno imputato è un assassino», aveva affermato il procuratore generale, chiedendo la conferma della condanna all’ergastolo per omicidio volontario aggravato e soppressione di cadavere.

Il cold case di Sargonia Dankha tra Svezia e Liguria

La vicenda di Sargonia Dankha è da anni uno dei più emblematici cold case internazionali transitati nelle aule giudiziarie italiane. La giovane, poco più che ventenne, sparì nel nulla a Linköping, città svedese dove viveva e dove anche Aldobrandi lavorava come pizzaiolo.

Il corpo della ragazza non è mai stato ritrovato. Ed è proprio questa assenza ad aver rappresentato per anni uno dei principali ostacoli giudiziari. In Svezia, infatti, la legge dell’epoca non consentiva di procedere per omicidio in assenza del cadavere, circostanza che finì per bloccare l’iter processuale.

Da lì in poi il caso sembrò destinato a restare sospeso, almeno fino alla riapertura delle indagini.

La riapertura dell’inchiesta grazie alla famiglia

A riaccendere l’attenzione sul caso fu la tenacia della famiglia di Sargonia Dankha. La madre Ghariba e il fratello Ninos Dankha, assistiti dagli avvocati Francesco Rubino e Marta Vignati, decisero di affidarsi anche a investigatori privati e riuscirono a rimettere in moto il procedimento in Italia.