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09/02/2026 ore 06.45
Cronaca

Schiavonea in marcia per la sicurezza: in 500 in strada tra paura e convivenza

Presenze istituzionali bipartisan e comunità straniere unite nella manifestazione pacifica. Chieste più forze dell’ordine e il progetto “Strade Sicure”. 

di Matteo Lauria
Un pacifico corteo ha sfilato ieri a Schiavonea

A Schiavonea ieri la piazza ha risposto. In modo ordinato, pacifico, ma con un messaggio chiaro e diretto: la comunità non vuole più vivere nell’incertezza e chiede maggiore tutela della sicurezza pubblica. La manifestazione, organizzata da un comitato cittadino, ha raccolto tra le 400 e le 500 presenze, con una partecipazione ampia e trasversale. Residenti, famiglie, commercianti, rappresentanti di associazioni, comunità straniere e anche alcune figure istituzionali hanno scelto di esserci.

Qualche assenza ha fatto rumore, ma il clima generale non è stato quello della polemica. Al contrario, la marcia è stata impostata come un momento di riflessione collettiva, con l’obiettivo di lanciare un segnale forte alle istituzioni: Schiavonea vuole essere un luogo sicuro per tutti, senza distinzioni, e senza che la paura condizioni la quotidianità.

La manifestazione si è svolta in un contesto segnato da episodi di microcriminalità che, negli ultimi giorni, hanno alimentato preoccupazione e tensione. Proprio per questo, gli organizzatori hanno scelto una linea precisa: evitare toni aggressivi e puntare su un messaggio di convivenza e responsabilità.

Il senatore Rapani: «Servono più uomini sul territorio»

Tra le presenze istituzionali, anche il senatore Ernesto Rapani, che ha chiarito di aver partecipato «da cittadino, più che da parlamentare». Rapani ha accolto positivamente la richiesta avanzata dai promotori di ricorrere al progetto “Strade Sicure”, che prevede l’impiego dell’Esercito a supporto delle forze dell’ordine. «Finalmente qualcuno ha recepito il messaggio che sto cercando di mandare da oltre un anno», ha dichiarato.

E ha aggiunto: «Avere i militari non significa militarizzare un territorio, ma significa avere solo più uomini che danno la possibilità di affiancarsi alle forze dell’ordine». Secondo Rapani, l’iter è chiaro: l’amministrazione comunale dovrebbe inoltrare una richiesta ufficiale tramite Prefettura e Questura, come già avvenuto per il cantiere della SS106.

Il senatore ha indicato anche un possibile impiego concreto: l’uso dei militari nel cantiere dell’ospedale, liberando le forze dell’ordine attualmente impegnate nella sorveglianza. Rapani ha espresso un plauso a Prefettura e Questura per i controlli già avviati e per i risultati che, a suo dire, si stanno registrando. Non è mancata una critica netta all’amministrazione comunale, accusata di non voler collaborare per la tutela del territorio.

Il messaggio delle comunità: «Noi ci siamo»

Un segnale forte è arrivato anche dalle comunità straniere presenti. L’Imam delle moschee di Schiavonea e Lucca, Laala Abedrahman, ha partecipato con una parte consistente della comunità musulmana locale. «Sono arrivato qui nel 1979», ha raccontato, ricordando il lungo percorso di radicamento nella cittadina. Ha spiegato che per anni la guida della comunità è stata portata avanti dal fratello, venuto in Italia negli anni Novanta e poi scomparso improvvisamente dopo trent’anni di attività.

L’Imam ha sottolineato di aver trovato un comitato già organizzato e di aver scelto di partecipare perché convinto del valore dell’iniziativa. Un richiamo al Corano ha accompagnato il suo intervento, con un messaggio di pace e responsabilità. Sul tema sicurezza, Abedrahman è stato diretto: il problema può essere risolto se le autorità lo affrontano seriamente. Ha poi distinto tra chi vive stabilmente sul territorio, integrato e con famiglia, e chi è “di passaggio”, spesso legato ai flussi stagionali. Un concetto che ritorna in molte testimonianze: non bisogna generalizzare, perché la stragrande maggioranza delle persone presenti lavora e rispetta le regole.

Florea: «Servono servizi e una Consulta dei migranti»

A dare numeri e prospettive è stata Carmen Florea, mediatrice culturale dell’associazione “Tendiamo le mani”. Per lei la manifestazione è stata un successo: «È un inizio. Sono contenta della partecipazione e che si sia svolto tutto in maniera regolare». Florea ha chiarito subito un punto: qualcuno aveva provato a far passare l’evento come una manifestazione contro le differenze. Ma secondo lei la realtà è un’altra: la città sta reagendo a episodi di violenza e chiede risposte, senza alimentare odio.

Ha ricordato che nel Comune di Corigliano-Rossano ci sono 9.600 stranieri regolari, circa il 10% della popolazione. Numeri che aumentano nel periodo della raccolta agricola, quando arrivano lavoratori stagionali. «Manca la partecipazione e il coinvolgimento delle istituzioni», ha denunciato, indicando la necessità di servizi concreti per evitare tensioni. Tra le proposte: l’istituzione della Consulta dei migranti, richiesta da anni, che permetterebbe un confronto stabile con referenti delle varie comunità.

Secondo Florea servono più presenza dello Stato, più decoro urbano e maggiore illuminazione, soprattutto sul lungomare. Ha ribadito con fermezza: «Non delinquono solo gli stranieri, è una minima parte». E ha aggiunto che spesso chi delinque è una persona di passaggio, senza un progetto di vita.

Padre Davide: «Accoglienza e sicurezza devono camminare insieme»

Tra le voci più ascoltate, quella di Padre Davide Perdonò, parroco di Schiavonea. Ha definito la marcia «silenziosa e pacifica» e ha spiegato che alla parola “sicurezza” la comunità ha voluto affiancare anche “inclusione”. «Per noi come comunità cristiana è fondamentale l’accoglienza», ha detto, spiegando che non si può professare la fede e poi dimenticare i fratelli. Il parroco ha sottolineato un aspetto spesso ignorato: i più fragili, in questa vicenda, sono spesso proprio i ragazzi che arrivano, spaesati e vulnerabili.

La parrocchia, ha ricordato, è impegnata con mensa, vestiario e progetti di assistenza sanitaria. Ma allo stesso tempo non si può negare la necessità di sicurezza. Padre Davide ha spiegato che i problemi non derivano solo dai nuovi arrivati, ma anche da persone che vivono sul territorio senza documenti e che bivaccano, creando disagio. Ha lanciato anche una proposta precisa: evitare grandi dormitori, che rischiano di diventare luoghi ingestibili, e puntare invece su case famiglia e piccole comunità, dove si può dialogare e costruire percorsi veri. Sulle forze dell’ordine ha espresso una posizione chiara: ben venga una presenza più forte, ma intesa come educativa e di garanzia, non come repressione.

I commercianti: «Chiudiamo prima, la paura esiste»

La voce dei commercianti è stata tra le più nette. Il presidente della categoria Enzo Natozza ha spiegato che la manifestazione è stata sentita perché loro sono «i più esposti» alle conseguenze della situazione attuale. «Speriamo che sia ascoltata», ha detto, evidenziando che tra gli esercenti esiste un timore reale. Non un allarme esagerato, ma una paura concreta che si traduce in abitudini cambiate: «Arrivata una certa ora c’è il coprifuoco, perché le paure ci sono». Molti commercianti chiudono prima, evitano di restare in strada la sera e preferiscono rientrare a casa. Un segnale chiaro di come la percezione di insicurezza stia incidendo sulla vita economica e sociale della comunità.

Pino Le Fosse: «Inclusione e sicurezza, due parole che stanno insieme»

A parlare anche Pino Le Fosse, dirigente del Partito Democratico, che ha voluto sottolineare il valore pubblico della manifestazione e il significato che Schiavonea sta assumendo in queste ore. «L’attenzione che abbiamo vissuto in questi giorni, anche da parte dei media nazionali, è indice di una modalità nuova di approcciare il tema», ha dichiarato. Per Le Fosse, il punto di equilibrio è nel binomio emerso più volte durante la marcia: «Inclusione e sicurezza. Credo che siano state mai più azzeccate due parole per mettere insieme davvero una modalità con cui gestire questa situazione».

Un richiamo anche alla storia del borgo: «Schiavonea è nel solco della tradizione, visto che sono trent’anni ormai di consolidata integrazione e di dialogo». Sul piano operativo, Le Fosse riconosce la necessità di «presidiare il territorio per evitare che ci siano fenomeni che vadano fuori controllo», ma invita a un ragionamento più ampio: garantire dignità a chi arriva per lavorare e dare strumenti per una convivenza stabile. «Non è solo un tema di controllo del territorio: è anche come gestiamo al meglio questa realtà per far diventare la nostra terra accogliente sotto tutti i punti di vista», ha concluso.

Il comitato: «Ora il documento arriverà a tutte le istituzioni»

Il cuore dell’iniziativa resta il comitato organizzatore. Francesco Gallo, componente, ha definito la manifestazione «riuscita e partecipata», spiegando che l’obiettivo era costruire una partecipazione multietnica e cordiale. Ha parlato di una necessità di rinnovamento sociale e rigenerazione urbana, chiedendo alla politica di tradurre le parole in interventi concreti. Ha riconosciuto che l’assenza di alcuni rappresentanti ha alimentato discussioni, ma ha ribadito che il problema sicurezza è ormai centrale per cittadini e commercianti.

«Sarà necessario un presidio fisso delle forze dell’ordine», ha affermato. Gallo ha annunciato che un documento ufficiale, letto a conclusione della manifestazione, sarà inviato alle istituzioni: sindaco, prefettura, forze dell’ordine e organismi territoriali. L’obiettivo è evitare che la marcia resti un gesto simbolico.

A chiudere il quadro è stata la voce di Giovanni Antonio, anche lui componente del comitato: «Sono contentissimo, perché è stata una manifestazione molto partecipata e molto civile». Ha sottolineato che non è un problema solo di Schiavonea: episodi delinquenziali si sono verificati anche nei centri storici e nei centri cittadini. Schiavonea è stata scelta perché qui la presenza multietnica è radicata e perché il problema è più sentito. Un passaggio significativo: «Quando succedono questi atti delinquenziali, i primi a essere colpiti sono proprio loro». Molti stranieri vivono in città da 30-40 anni e hanno figli che parlano il dialetto locale. Una prova concreta di integrazione che oggi, più che mai, va difesa.