Scommesse illegali in un bar del Cosentino, la Cassazione conferma l’accertamento fiscale
Respinto il ricorso del gestore: per la Suprema Corte corretta la pretesa dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli
La Cassazione conferma la legittimità dell’accertamento fiscale emesso dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli nei confronti del gestore di un bar della provincia di Cosenza, dove erano stati rinvenuti due computer utilizzati per accedere a siti di gioco e scommesse online non autorizzati.
Con una recente ordinanza, come riporta Agipronews, la Suprema Corte ha respinto il ricorso del contribuente, ritenendo corretto l’operato dell’Amministrazione finanziaria. Al centro della vicenda c’è l’utilizzo dei personal computer presenti nel locale per l’effettuazione di giochi e scommesse in evasione dell’imposta unica.
Il caso del bar e il contenzioso tributario
In primo grado, la Corte di giustizia tributaria di Cosenza aveva accolto il ricorso presentato dal gestore del bar contro l’avviso di accertamento. Successivamente, però, la Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Calabria ha ribaltato quella decisione, accogliendo le ragioni dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e confermando la validità della pretesa fiscale.
Il contribuente si è quindi rivolto alla Cassazione, contestando la decisione d’appello e sostenendo l’illegittimità di alcuni passaggi istruttori utilizzati dall’Amministrazione nel corso del giudizio.
Secondo quanto accertato durante le verifiche, i computer presenti nel locale consentivano l’accesso a piattaforme di gioco non conformi alla normativa vigente. La Corte richiama il fatto che fosse «sostanzialmente incontestato che i personal computer rinvenuti in sede di accesso erano adibiti all’effettuazione di giochi e scommesse in evasione dell’imposta unica».
La perizia Sogei e la posizione della Cassazione
Uno dei motivi di ricorso riguardava la produzione, in appello, di una perizia tecnica di Sogei. Secondo il contribuente, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli avrebbe così rafforzato in modo illegittimo la propria posizione processuale.
La Cassazione ha però escluso che vi sia stata una modifica della pretesa fiscale. Per i giudici, la perizia costituiva soltanto «un elemento istruttorio a conferma della correttezza della propria impostazione».
La Suprema Corte ha precisato che l’Amministrazione «non ha modificato l’originaria pretesa di cui all’atto impositivo», ma ha mantenuto invariati i termini dell’accertamento, utilizzando la documentazione tecnica per confermare le conclusioni già poste alla base dell’atto contestato.
Respinto anche il motivo sulle sanzioni
La Cassazione ha respinto anche il motivo con cui il ricorrente lamentava la mancata pronuncia sulla questione delle sanzioni. I giudici hanno ricordato che il «vizio di omessa pronuncia» sussiste solo quando il giudice «omette completamente di adottare qualsiasi provvedimento» sulla domanda proposta.
Nel caso concreto, invece, la Corte tributaria aveva già affrontato la questione, dichiarando espressamente che i motivi non esaminati dovevano essere rigettati.
Il ricorso è stato quindi respinto definitivamente. Il contribuente è stato condannato al pagamento delle spese processuali, pari a 4.300 euro, oltre a ulteriori 4.300 euro per responsabilità aggravata.
La condanna per responsabilità aggravata
La Suprema Corte ha ritenuto sussistente «la colpa grave del ricorrente», evidenziando «l’evidente infondatezza dei motivi proposti». Le questioni sollevate sono state considerate dai giudici «né controverse né particolarmente complesse».