Sparatoria di Acri, non fu tentato omicidio: Algieri condannato per lesioni aggravate
In sede di rito abbreviato, il gup del tribunale di Cosenza ha riqualificato il fatto. La procura aveva chiesto una condanna a oltre sei anni di carcere
Ricordate la sparatoria di Acri? Ebbene, il gup cambia il quadro accusatorio e condanna Massimo Algieri a tre anni di reclusione. È questo l’esito del procedimento definito nella giornata di oggi davanti al giudice Letizia Benigno, che ha riqualificato l’originaria contestazione del capo principale, trasformando l’accusa di tentato omicidio in quella di lesioni aggravate.
La Procura di Cosenza aveva chiesto il giudizio immediato nei confronti di Algieri, contestandogli di avere esploso, il 22 dicembre 2024 ad Acri, tre colpi di pistola contro un uomo, difeso dall’avvocato Antonio Ingrosso. Due proiettili, stando alla ricostruzione riportata nella richiesta del pubblico ministero, avrebbero colpito la persona offesa alla coscia destra e alla spalla sinistra. Proprio l’intervento delle persone che si trovavano vicino a dove era stato commesso il fatto, l’allontanamento del ferito e il trasporto immediato prima al Pronto soccorso di Acri e poi all’ospedale dell’Annunziata di Cosenza, insieme alle cure dei sanitari, hanno impedito conseguenze più gravi.
Nel capo d’imputazione, il pubblico ministero aveva contestato ad Algieri il reato di tentato omicidio, con l’aggravante dei motivi futili. A questo si aggiungeva l’ulteriore addebito relativo al porto illegale, in luogo pubblico, di un’arma comune da sparo, non individuata, con l’aggravante di avere commesso il fatto per eseguirne un altro. Negli atti compariva anche la contestazione della recidiva reiterata.
Le richieste della Procura e le tesi difensive
L’udienza in camera di consiglio si è svolta il 16 marzo 2026 davanti al Gip Letizia Benigno. In aula era presente il pubblico ministero Giuseppe Visconti. Per la difesa di Algieri sono comparsi invece gli avvocati Antonio Quintieri e Luigi Maiorano.
Nel corso dell’udienza, la Procura ha chiesto, previa concessione delle attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti e alla recidiva, una pena finale di 6 anni e 8 mesi di reclusione, partendo da una base di 9 anni, aumentata per la continuazione a 10 anni e poi diminuita per il rito (abbreviato).
La difesa, invece, ha sollecitato la riqualificazione del fatto in lesioni aggravate, sostenendo l’assenza del dolo omicidiario, richiamando la zona del corpo attinta, le conseguenze riportate dalla vittima, il fatto che non sarebbe mai stata in pericolo di vita, oltre alla condotta di desistenza e al comportamento dell’imputato.
Gli avvocati hanno inoltre chiesto il riconoscimento delle attenuanti generiche con giudizio di prevalenza, l’attenuante del risarcimento del danno e, in conclusione, il minimo della pena. I motivi della sentenza sono stati riservati nel termine di 60 giorni. Infine, il gup ha modificato la misura cautelare all’imputato, applicando gli arresti domiciliari.