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03/06/2026 ore 19.05
Cronaca

Amendolara, la Fiat Ulysse trasformata in trappola: così quattro migranti sono morti tra fuoco e fumo

Secondo la Procura, il mezzo sarebbe stato bloccato dall’esterno e poi dato alle fiamme impedendo alle vittime di uscire dall’abitacolo. Non s’indaga solo sul caporalato

di Antonio Alizzi

Compariranno domani mattina davanti al gip Orvieto Matonti i due cittadini pakistani fermati dalla Procura di Castrovillari per la strage di Amendolara, costata la vita a quattro migranti, pakistani e afghani, rimasti intrappolati in un minivan dato alle fiamme lungo la Statale 106 Jonica.

L’udienza di convalida è il primo passaggio davanti al giudice dopo il fermo disposto al termine di un’indagine condotta in poche ore dalla Squadra Mobile di Cosenza, con la collaborazione della Polstrada di Trebisacce. Gli investigatori ritengono di aver ricostruito il film dell’eccidio attraverso le immagini delle telecamere di videosorveglianza e gli elementi raccolti subito dopo il rogo.

Azione premeditata

Secondo quanto emerso durante la conferenza stampa in Questura a Cosenza, il piano sarebbe stato premeditato. Poco prima della tragedia, il minivan Fiat Ulysse con a bordo sette persone era stato fermato da un carabiniere forestale fuori servizio. Il militare avrebbe richiamato i passeggeri dopo aver notato il lancio di alcuni rifiuti dal finestrino lungo la Statale 106.

Pochi minuti dopo si sarebbe consumata la strage. Secondo la ricostruzione investigativa, i due fermati avrebbero messo in atto il piano incendiando l’abitacolo e impedendo alle vittime di uscire dal mezzo. Uno dei passaggi ritenuti decisivi riguarda la porta scorrevole del minivan: secondo gli inquirenti, sarebbe stata chiusa o resa inutilizzabile dall’esterno, con la rottura della maniglia, così da bloccare chi si trovava all’interno mentre le fiamme si propagavano rapidamente.

Le quattro vittime sarebbero rimaste intrappolate tra fuoco e fumo, tentando invano di salvarsi. Il posizionamento dei cadaveri, tutti nel vano anteriore, e il movimento del mezzo ripreso dalle telecamere avrebbero fatto ipotizzare agli investigatori un disperato tentativo di liberarsi usando braccia e gambe. Solo uno dei passeggeri è riuscito a sopravvivere: avrebbe rotto un vetro a gomitate e sarebbe fuggito dall’abitacolo ancora parzialmente avvolto dalle fiamme, riportando gravissime ustioni.

I rifiuti dal finestrino

Il racconto degli investigatori poggia in larga parte sulle immagini di videosorveglianza. Prima si vede un uomo avvicinarsi al minivan: si tratta, appunto, del carabiniere forestale fuori servizio. Dopo il suo allontanamento, non prima di aver rimproverati i passeggeri di aver buttato rifiuti dal finestrino, secondo la Procura, i due presunti autori avrebbero dato esecuzione al piano. Le telecamere avrebbero consentito anche di isolare i volti degli indagati, poi rintracciati dagli agenti a Villapiana, nella zona Lido. Quando sono stati raggiunti, sarebbero stati vestiti nello stesso modo ripreso nei filmati.

Gli accertamenti proseguono ora sul movente e sul contesto nel quale è maturato l’eccidio. Gli inquirenti non hanno ancora chiarito se i migranti stessero tornando dai campi agricoli o se fossero in viaggio per raggiungere il luogo di lavoro, probabilmente in Basilicata. Il procuratore Alessandro D’Alessio e il questore Giuseppe Borelli hanno confermato infatti che l’azienda presso la quale lavoravano non si trova né nel circondario giudiziario di Castrovillari né in provincia di Cosenza.

Resta aperta anche la pista del caporalato, che gli investigatori non escludono ma non indicano come unica chiave di lettura. Al momento, infatti, non è stato ancora accertato se alla base della strage vi siano contrasti legati allo sfruttamento lavorativo o tensioni personali tra indagati e vittime. Gli inquirenti hanno ribadito di muoversi sul terreno dei reati da dimostrare e non su quello dei fenomeni sociali o economico-sociali, che pure potrebbero fare da sfondo alla vicenda.

La conferenza stampa

«In trent’anni di attività mai vista una crudeltà simile. È stato un episodio di gravità inaudita sia per oggettività, quattro morti, che per le modalità», ha detto il procuratore della Repubblica di Castrovillari Alessandro D’Alessio durante l’incontro con i giornalisti.

Il magistrato ha sottolineato la rapidità dell’attività investigativa: «L’episodio è stato ricostruito in maniera compiuta in pochissime ore, quasi un arresto in flagranza. Le indagini ci hanno consentito di raccogliere, con tutte le cautele del caso, gli indizi di reato. Ho apprezzato, e tutti dobbiamo farlo, l’ennesima pronta risposta dello Stato. Lo dobbiamo soprattutto alla gente del Sud».

Sul movente, però, la Procura mantiene prudenza. «Movente e contesto al momento non hanno un carattere di forza perché stiamo lavorando da 48 ore», ha chiarito D’Alessio. «Quando succede un episodio del genere, il primo obiettivo è dare un’identità agli indiziati per raggiungere poi un livello di gravità indiziaria tale che ci porti a costruire il quadro probatorio. Ovviamente non potremmo dare tutti gli elementi. Si parte da una formulazione di ipotesi, poi la bravura sta nel rigore di indagare».

Il procuratore ha poi evidenziato il lavoro della Squadra Mobile di Cosenza: «È una storia nella quale ho apprezzato l’elevata professionalità della Squadra Mobile di Cosenza per la difficoltà, anche del territorio, e la prontezza con la quale è intervenuta. Non c’è stato un contrasto operativo tra le forze di polizia intervenute. Tutti hanno lavorato per raggiungere lo stesso obiettivo».

D’Alessio non ha risposto ad alcune domande dei giornalisti, spiegando le ragioni del riserbo investigativo: «Se non rispondiamo è soltanto per il rispetto della legge e di efficacia dell’indagine, perché va avanti con serietà, spirito di squadra e rigore, perché ragioniamo su quello che possiamo dimostrare».

Quanto alla possibile matrice legata allo sfruttamento del lavoro, il procuratore ha precisato: «Il caporalato è una delle piste, ma non l’unica». E ancora: «Sul contesto stiamo ancora indagando. In questo momento il quadro indiziario è stato mirato all’identificazione degli autori dell’omicidio e lo sottoponiamo così al giudice. Ovviamente ogni azione ha sempre un inquadramento e un contesto e anche su quello stiamo lavorando».

Le vittime, secondo quanto riferito dagli inquirenti, erano tutte in Italia con regolare permesso di soggiorno, incensurate e presenti sul territorio nazionale da anni. Non risultano, al momento, elementi che facciano ipotizzare la presenza di fiancheggiatori.