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02/04/2026 ore 06.30
Cronaca

Superbonus, a Cosenza 50 imputati verso l’udienza preliminare per il presunto sistema delle pratiche false | NOMI

Il gup Letizia Benigno ha fissato al 13 aprile l’udienza preliminare sull’inchiesta della Procura bruzia: al centro un presunto giro da 15 milioni di euro

di Redazione

Il Tribunale di Cosenza si prepara a una delle udienze preliminari più corpose degli ultimi mesi sul fronte dei reati economici legati ai bonus edilizi. Il gup Letizia Benigno ha fissato per il 13 aprile l’udienza preliminare nell’inchiesta sul presunto giro di pratiche “Superbonus” costruite – secondo l’impostazione accusatoria – su documentazione integralmente falsa. La Procura di Cosenza ha chiesto il processo per cinquanta imputati.

Al centro del fascicolo, come principali imputati, ci sono i coniugi Maurizio Bellavista (classe 1961, residente a Cetraro) ed Elvira Chimenti (originaria di San Marco Argentano). Nel quadro ricostruito dagli investigatori, Bellavista e Chimenti, entrambi sottoposti all’obbligo di dimora nel comune di residenza, avrebbero avuto un ruolo di direzione e coordinamento dell’operazione, con in primo piano anche Guido Bellavista, indicato come nipote della coppia. L’inchiesta - nella ricostruzione già emersa nella fase delle misure - annovera complessivamente cinquanta imputati, con sette posizioni che sarebbero state ricondotte anche all’ipotesi associativa, oltre a figure considerate funzionali alla ricerca dei prestanome e al successivo riciclaggio.

Le pratiche “farlocche” e la regia del raggiro

Il cuore investigativo ruota attorno a pratiche di Superbonus ed altri bonus edilizi che, secondo l’accusa, sarebbero state confezionate in modo sistematico a Cetraro tra il 2021 e il 2023 e poi “spese” in diversi comuni della provincia di Cosenza: da Roggiano Gravina ad Acquappesa, passando per San Marco Argentano, Rende e lo stesso capoluogo.

Il presunto schema è descritto dalla Procura di Cosenza come una catena di falsità: immobili e palazzi inesistenti indicati come oggetto di ristrutturazione, fatture false prodotte a sostegno dell’esecuzione dei lavori, e persino nomi inventati di soggetti qualificati come tecnici o professionisti (tra cui commercialisti) utilizzati per dare alle carte una parvenza di regolarità. La tesi investigativa è netta: documentazione “costruita” dall’inizio alla fine, con un livello di coerenza tale da risultare credibile agli occhi degli enti che avrebbero poi validato le operazioni.

Il meccanismo dei crediti e la “terza via” della cessione

Il sistema, per come viene ricostruito, si innesterebbe nel funzionamento stesso degli incentivi: Ecobonus, Sismabonus, Bonus facciate e, in generale, la produzione di crediti d’imposta. A fare la differenza, secondo gli investigatori, sarebbe stata la scelta di monetizzare in modo rapido tramite cessione del credito a Poste Italiane, soluzione ritenuta preferibile perché consente l’incasso immediato, anche accettando un ribasso rispetto al valore nominale del credito.

Gli atti descrivono un copione ripetuto. Le pratiche, una volta “impacchettate”, sarebbero state inoltrate all’Agenzia delle Entrate e quindi a Poste Italiane. Da lì, una volta superati i controlli formali, i crediti sarebbero stati accettati e il denaro sarebbe finito su conti correnti intestati a prestanome.

I prestanome e la percentuale del “guadagno facile”

La Procura ritiene che la macchina si sia alimentata anche grazie a una rete di procacciatori incaricati di reclutare soggetti disposti a intestarsi le pratiche e i conti. Il “gancio” sarebbe stato la promessa di una percentuale sull’incasso: una sorta di compenso per il ruolo di facciata, indicato nella ricostruzione come intorno al 10% delle somme ottenute.

È in questo contesto che vengono descritti profili diversi: persone con precedenti, piccoli truffatori ma anche soggetti in difficoltà economica, attratti dall’idea di un ritorno rapido. Nella prospettazione investigativa, però, gli intestatari non avrebbero avuto il controllo reale dei conti: una volta accreditate le somme, i “capi” del presunto sistema avrebbero provveduto a spostarle rapidamente altrove per far perdere le tracce.

I numeri: 29 episodi “scoperchiati” e l’ombra di un giro più vasto

Gli investigatori parlano di ventinove episodi ricostruiti nel dettaglio in provincia di Cosenza, con importi variabili: da un minimo di circa centomila euro fino a trecentomila, con picchi che arriverebbero a un milione e mezzo per singola operazione. Nel complesso, il fascicolo fa riferimento a un giro attorno ai quindici milioni di euro.

Ma la stessa ricostruzione lascia intendere un perimetro potenzialmente più ampio: in un’intercettazione, uno degli indagati si vanterebbe di aver portato all’incasso almeno cento pratiche di quel tipo. Un dato che, se confermato nelle fasi processuali, allargherebbe sensibilmente l’orizzonte dell’inchiesta.

Il capitolo riciclaggio e la “caccia” ai beni

Un altro segmento dell’indagine riguarda la destinazione del denaro. La tesi è che una parte rilevante delle somme sia stata oggetto di riciclaggio, anche attraverso conversione in oro da investimento. Nel corso delle perquisizioni e degli accertamenti, sarebbero stati recuperati tre chili di monete d’oro, mentre il presunto “grosso” dei metalli preziosi indicati come accumulati nel tempo non sarebbe stato rintracciato.

L’udienza preliminare del 13 aprile

Il 13 aprile, davanti al gup Letizia Benigno, si aprirà dunque la fase in cui la Procura sosterrà la richiesta di rinvio a giudizio e le difese potranno far valere le proprie eccezioni, contestazioni e richieste alternative. La partita sarà tutta nel passaggio dalla ricostruzione investigativa alla verifica processuale, con un procedimento che – per numero di imputati e ampiezza del materiale – si annuncia complesso.

Processo “Superbonus a Cosenza”, gli imputati

Tra le persone offese individuate c’è POSTE ITALIANE SPA, rappresentata dal Professore avvocato Paola Severino, già ministro della Giustizia.