Proselitismo nel carcere di Rossano, il presunto terrorista Mselmi finisce al 41 bis
Il provvedimento è stato disposto dal ministro Nordio su richiesta della Dda di Catanzaro dopo i recenti episodi che sarebbero avvenuti nella casa circondariale jonica
È stato applicato il regime del 41 bis a Halmi Ben Mahmoud Mselmi, cittadino tunisino residente a Cosenza e accusato di terrorismo internazionale nell’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Il provvedimento è stato adottato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio su richiesta della Dda, dopo informative arrivate dal servizio penitenziario del carcere di Rossano: l’uomo avrebbe continuato a fare proselitismo anche durante la detenzione nella casa circondariale jonica.
Una volta accertati i fatti segnalati, Mselmi è stato trasferito in un altro istituto penitenziario e poi condotto, recentemente, in un carcere di massima sicurezza, dove sono detenuti anche condannati all’ergastolo e soggetti ristretti in regime di carcere duro.
Nel frattempo, a Catanzaro è iniziata l’udienza preliminare davanti al gup. La difesa di Mselmi, rappresentata dall’avvocato Giovanni Cadavero, ha presentato richiesta di rito abbreviato. Il ministero dell’Interno si è costituito parte civile. Il 14 maggio ci sarà la requisitoria del pm antimafia ed antiterrorismo Alessandro Riello, a seguire gli interventi difensivi.
La chiusura indagini e il secondo indagato
Sul piano investigativo, la Dda di Catanzaro aveva già chiuso le indagini preliminari notificando l’avviso di conclusione a Mselmi e a un secondo indagato, Skander Ben Fehri Bahroun. L’atto portava la firma del pubblico ministero Paolo Sirleo e del procuratore aggiunto Giulia Pantano, nell’ambito dell’inchiesta coordinata dal procuratore capo Salvatore Curcio.
Bahroun viene indicato dalla Procura come parte attiva nella diffusione dell’ideologia jihadista insieme a Mselmi.
Le accuse: adesione all’Isis e propaganda
A Mselmi viene contestata l’adesione all’organizzazione terroristica Isis e l’aver abbracciato un’ideologia finalizzata – secondo l’impostazione accusatoria – a destabilizzare gli ordinamenti statali attraverso azioni violente anche individuali sul territorio europeo. Le indagini sono state condotte dalla Digos di Catanzaro con il supporto di elementi investigativi nazionali e internazionali e avrebbero ricostruito un percorso di radicalizzazione maturato prevalentemente attraverso la rete.
Nella ricostruzione della Procura viene richiamata, in particolare, la dottrina takfira, descritta come funzionale a legittimare la violenza contro apostati e “infedeli” e a esaltare il martirio.
L’attività online: Facebook e Telegram
Gli investigatori indicano un’intensa attività sul web. Mselmi avrebbe usato due account Facebook, “Jàs Sém” e “Hel Mi”, per condividere contenuti di propaganda, tra cui post del predicatore saudita Khaled Al Rashed, indicato come riferimento ideologico per i sostenitori dello Stato Islamico.
Ancora più centrale, nell’impianto accusatorio, è l’utilizzo di Telegram, ritenuto dagli inquirenti un archivio di propaganda. Nel materiale sequestrato sono stati citati video e immagini sulla costruzione di ordigni artigianali, manuali operativi per attacchi contro obiettivi militari e civili, filmati di esecuzioni e contenuti che celebrano attentati recenti, incluso quello al Crocus City Hall di Mosca.
Le chat e l’ipotesi di proselitismo
A rafforzare il quadro accusatorio sono state richiamate conversazioni intercettate tra Mselmi e altri soggetti, tra cui Houssem Ben Brahim e un individuo indicato come Mahmoud. In una chat, secondo quanto riportato, Mselmi avrebbe scritto che «la cosa più facile è morire sulla strada di Allah». Per la Dda, questi dialoghi dimostrerebbero non solo l’adesione ideologica, ma anche un ruolo attivo di proselitismo, aspetto che viene collegato anche alla presunta attività svolta in carcere e che ha portato alla richiesta del 41 bis.
“Lupo solitario”
Secondo gli investigatori, la vicenda rientrerebbe nel modello del cosiddetto “lupo solitario”: un soggetto non inserito in una cellula strutturata, ma ritenuto potenzialmente pronto ad agire in nome dell’ideologia jihadista dopo un percorso di radicalizzazione online. È il contesto in cui la Procura colloca anche l’ingresso nel fascicolo di Bahroun, definito parte di un circuito di propaganda condiviso.