Antonello Antonante, il vuoto della memoria: a Cosenza neanche una via dedicata all’artista
A quattro anni dalla scomparsa di Antonello Antonante, Cosenza non ha ancora dedicato una via o una piazza al fondatore del Teatro dell’Acquario. Lo meriterebbe anche Giancarlo Cauteruccio, altra figura chiave del teatro contemporaneo calabrese
Il 6 luglio 2022 Cosenza perdeva, nel giro di poche ore, due delle sue voci culturali più riconoscibili: Franco Dionesalvi e Antonello Antonante. Un giorno buio che per molti rimane una ferita ancora aperta nella memoria della città. Due uomini diversi per linguaggio e percorso, ma accomunati dalla stessa ostinazione nel trasformare la cultura in presenza viva, quotidiana, civile.
Quel giorno Cosenza si ritrovò improvvisamente orfana di due figure che per decenni avevano abitato il dibattito pubblico, il teatro, la scrittura, le piazze. A restare, oltre al dolore, furono le opere, le idee e le tracce profonde lasciate dentro la memoria collettiva della città.
A distanza di quattro anni dalla scomparsa, Cosenza continua a non avere una via, una piazza o anche soltanto uno slargo dedicato ad Antonello Antonante. Un po’ di tempo fa si era parlato di omaggiare con il suo nome uno spazio della Villa Vecchia, proprio dove si tennero i suoi funerali laici, ma quell’impulso rimase lettera morta.
Eppure parlare di Antonante significa attraversare quasi mezzo secolo di teatro, sperimentazione e visione culturale nel Mezzogiorno. Significa raccontare la nascita di spazi artistici quando la Calabria sembrava ancora periferia assoluta rispetto ai grandi circuiti nazionali. Significa, soprattutto, parlare di qualcuno che ha scelto di restare e costruire.
Nato da una famiglia segnata dalla storia militare e antifascista italiana, Antonante nei tumultuosi anni Settanta lavora persino come clown al Circo Togni. Si forma artisticamente alla Biennale di Venezia con Jerzy Grotowski e incontra il Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina. Esperienze che avrebbero potuto portarlo altrove definitivamente. Invece Antonante scelse di restare nella sua Cosenza.
Nel 1976 fonda il Centro RAT, prima compagnia professionale stabile della Calabria, esperienza destinata a cambiare il linguaggio teatrale regionale. Da lì nascerà la Tenda di Giangurgolo, teatro itinerante capace di attraversare quartieri e periferie, e successivamente il Teatro dell’Acquario, inaugurato nel 1981 dentro un vecchio capannone di via Galluppi che diventò un laboratorio teatrale straordinario. Esperienza purtroppo finita qualche anno fa, con lo sfratto del teatro e una migrazione verso il Cine teatro Italia-Tieri, ancora affidata all’incertezza.
Dal 2007 al 2011 Antonante è direttore del Teatro Rendano e commissiona a Franco Battiato e Manlio Sgalambro l’opera “Telesio”, una delle esperienze più visionarie mai prodotte nel teatro cosentino. Senza precedenti.
«Anche per lui studieremo un modo per ricordarlo adeguatamente» scrisse il sindaco di Cosenza Caruso all’indomani dalla morte del drammaturgo.
Tuttavia, allo stato, non c’è un angolo della città che ne riconosca il merito. Ci sono strade e vie anonime, dedicate a figure lontane dalla memoria collettiva o incapaci di raccontare l’identità profonda del territorio, che potrebbero trovare una denominazione più identitaria.
Intitolare una via o una piazza ad Antonello Antonante così come a Giancarlo Cauteruccio, regista, attore, fondatore con Pina Izzi della compagnia Krypton e figura apicale di quella che verrà definita la seconda avanguardia italiana. Non sarebbe soltanto un omaggio personale, ma il riconoscimento di una precisa idea di città: una città che sceglie di ricordare chi ha generato cultura e bellezza.
La toponomastica non è soltanto un fatto burocratico. È il modo con cui una comunità decide chi merita di essere ricordato pubblicamente e la dimostrazione che la cultura non è un elemento marginale da restringere a qualche evento culturale, ma un’arteria che alimenta e tiene in vita una comunità.
Nel 2018 Antonante ricevette il Premio Ubu speciale con una motivazione che sintetizza perfettamente il suo lascito: «Per avere nel corso degli ultimi quarantadue anni creato, inventato, organizzato il teatro, in tutte le sue forme, in una città complicata come Cosenza».