Antonello Antonante, l'uomo che fece del teatro una ragione di vita
Dal Centro Rat al Teatro dell’Acquario fino al Rendano. Dimostrò che anche Cosenza poteva produrre cultura, esportarla, dialogare con l'Europa e diventare punto di riferimento per il teatro contemporaneo
Ci sono domeniche in cui questa rubrica vi conduce fra le grandi figure dell'Ottocento, del Novecento, fra intellettuali, artisti e protagonisti che la storia ha già consegnato, se non ai libri, certamente agli archivi. Uomini il cui tempo si è ormai sedimentato nella memoria collettiva.
Oggi, invece, desideriamo fermarci su una figura molto più vicina a noi. Un uomo che la città di Cosenza ha avuto il privilegio di conoscere, di ascoltare, di vedere all'opera. Un uomo che ci ha lasciati solo pochi anni fa, ma che continua ad abitare il cuore culturale di Cosenza.
Oggi parliamo di Antonello Antonante. Attore, regista, drammaturgo, organizzatore culturale, Antonante è stato molto più di un uomo di teatro: è stato un costruttore di visioni. Apparteneva a quella rara categoria di artisti capaci non soltanto di andare in scena, ma di creare luoghi, idee e comunità attorno alla scena.
La sua formazione fu tutt'altro che ordinaria. Negli anni Settanta lavorò persino come clown al Circo Togni, esperienza che contribuì a forgiare una sensibilità artistica originale. Successivamente studiò con il grande regista polacco Jerzy Grotowski alla Biennale di Venezia e venne a contatto con le esperienze più innovative del teatro europeo. Sarebbe stato facile scegliere altri palcoscenici, altre città, altre carriere. Antonante, invece, fece una scelta controcorrente: tornare in Calabria e costruire qui il proprio sogno.
Nel 1976 fondò il Centro RAT, la prima compagnia teatrale professionale stabile della Calabria. Fu un'autentica rivoluzione. In una terra spesso considerata periferica rispetto ai grandi circuiti culturali italiani, Antonante dimostrò che il teatro non conosce geografie, ma soltanto idee.
Da quella esperienza nacque il Teatro dell'Acquario, inaugurato nel 1981 in un vecchio capannone di via Galluppi. Un luogo che, grazie alla sua visione, si trasformò in un laboratorio permanente di ricerca, sperimentazione e formazione. Per intere generazioni di attori, studenti e spettatori, il Teatro dell'Acquario non è stato semplicemente un edificio: è stato una casa dello spirito, un luogo dove imparare a guardare il mondo con occhi diversi.
Ma il Teatro dell'Acquario non rappresentò soltanto la nascita di una nuova sala teatrale. Sarebbe riduttivo definirlo così.
Antonello Antonante costruì un presidio culturale permanente, un luogo nel quale il teatro cessava di essere spettacolo da consumare per diventare esperienza da vivere. In quegli spazi nacquero laboratori, incontri con le scuole, percorsi di formazione, sperimentazioni artistiche, produzioni originali e un dialogo continuo con i grandi protagonisti della scena nazionale e internazionale.
Per la Calabria fu un'autentica rivoluzione. Fino ad allora il teatro era spesso percepito come qualcosa che arrivava da fuori, dalle grandi città, quasi un lusso destinato a pochi, magari ai più ricchi. Antonante ribaltò questo paradigma. Dimostrò che anche Cosenza poteva produrre cultura, esportarla, dialogare con l'Europa e diventare punto di riferimento per il teatro contemporaneo. Il Teatro dell'Acquario non insegnava soltanto a recitare; insegnava a pensare, ad ascoltare, a dubitare, a guardare la realtà con occhi nuovi. Era una palestra di cittadinanza prima ancora che un palcoscenico. Ed è forse questo il suo miracolo più grande.
Antonante fu anche direttore artistico del Teatro Rendano. In quegli anni cercò di costruire un dialogo fra il teatro della tradizione, dell'opera lirica, e quello della ricerca, dimostrando che innovazione e memoria non sono realtà contrapposte, ma possono convivere e alimentarsi reciprocamente. Quando assunse la direzione artistica del Teatro Rendano portò con sé la stessa idea visionaria che aveva animato il Teatro dell'Acquario. Non si limitò a programmare una stagione: cercò di immaginare il futuro. Voleva che il Rendano smettesse di essere soltanto il luogo della rappresentazione per diventare un laboratorio creativo capace di produrre cultura.
Fu proprio questa tensione verso l'inedito a condurlo a uno degli incontri più straordinari della storia culturale cosentina: quello con Franco Battiato. Antonante ebbe l'intuizione e il coraggio di commissionare al grande musicista siciliano un'opera dedicata a Bernardino Telesio, nel cinquecentesimo anniversario della nascita del filosofo. Battiato accettò la sfida, affidando il libretto a Manlio Sgalambro. Nacque così "Telesio" un'opera lirica destinata a entrare nella storia anche per il suo carattere pionieristico: la prima rappresentazione olografica tridimensionale mai realizzata in ambito operistico.
In quel momento Cosenza cessava, almeno per una sera, di sentirsi periferia. Diventava il centro di un esperimento artistico osservato con curiosità dal mondo della cultura. Ed è difficile immaginare che tutto ciò sarebbe accaduto senza la sensibilità di Antonello Antonante, uomo capace di riconoscere il talento, di metterlo in dialogo con la propria terra e di trasformare un'intuizione in un evento destinato a restare nella memoria collettiva.
Nel corso della sua vita ricevette numerosi riconoscimenti. Tra i più prestigiosi, il Premio Speciale Ubu del 2018, assegnato con una motivazione che racconta forse meglio di qualsiasi biografia ciò che Antonello Antonante abbia rappresentato: aver creato, inventato e organizzato il teatro, in tutte le sue forme, in una città complessa come Cosenza.
Quando Antonello Antonante si è spento, nel luglio del 2022, Cosenza non ha perso soltanto un regista o un attore. Ha perso uno dei suoi più autentici educatori civili. Perché il suo teatro non era evasione: era partecipazione, coscienza, dialogo, crescita. Era un modo di abitare il mondo. E forse è proprio questo il motivo per cui uomini come lui non possono essere dimenticati. Esistono persone che attraversano la vita lasciando soltanto un ricordo. Altre, invece, lasciano un'eredità. Antonello Antonante appartiene a questa seconda categoria. La sua eredità non è fatta soltanto di spettacoli, copioni, regie o premi. È fatta di un'idea altissima della cultura.
Cosenza piange un altro artista. Vola in cielo anche Antonello AntonanteL'idea che la cultura non sia un ornamento, ma una necessità dell'esistenza. Che il teatro non sia soltanto un palcoscenico, ma uno spazio nel quale una comunità impara a conoscersi, a interrogarsi, perfino a diventare migliore. Per questo il suo nome continuerà a vivere. Perché gli uomini davvero grandi non smettono di parlare quando cala il sipario. Continuano a farlo attraverso ciò che hanno seminato negli altri.
E Antonello Antonante ci ha lasciato forse l'insegnamento più prezioso di tutti: che la cultura è vita. Che essa rappresenta il respiro più autentico di una comunità, la sua memoria e, insieme, il suo avvenire. Gli uomini passano, le stagioni del teatro si susseguono, i sipari si chiudono e si rialzano ancora. Ma esistono persone che riescono a sottrarsi al tempo perché continuano a vivere nelle idee che hanno acceso, nelle coscienze che hanno formato, nei luoghi che hanno saputo trasformare in simboli.
Antonello Antonante è uno di questi uomini. E finché a Cosenza qualcuno entrerà nel Teatro dell'Acquario, assisterà a uno spettacolo, crederà che l'arte possa ancora educare, emozionare e rendere più liberi, una parte della sua voce continuerà a riecheggiare fra quelle pareti. Perché il vero teatro non finisce quando cala il sipario. Continua a vivere nel cuore di chi lo ha amato. E gli uomini che hanno consacrato la propria esistenza alla bellezza non muoiono davvero mai: diventano memoria, esempio, coscienza civile. Diventano quella luce discreta che continua a indicare la strada a chi verrà dopo.
Questa è la più grande eredità che Antonello Antonante ci abbia consegnato. L'idea che la cultura è vita. E che soltanto vivendo di cultura e con la cultura una comunità può continuare a riconoscersi, a crescere e a sperare nel futuro.