Antonio Pascale inaugura la Decina 2026 del Premio Sila con “Cose umane”
Alla Mondadori di Cosenza pubblico numeroso per il primo appuntamento della Decina 2026: al centro memoria, morte, amore e trasformazioni sociali
È stato Antonio Pascale ad aprire la Decina 2026 del Premio Sila ’49, richiamando un pubblico numeroso alla libreria Mondadori di corso Mazzini, a Cosenza, per la presentazione del suo ultimo romanzo, “Cose umane”, pubblicato da Einaudi. Un incontro partecipato e intenso, che ha dato il via alla nuova stagione del Premio con un dialogo fitto di temi, memorie e riflessioni sul presente.
A condurre la conversazione è stato Marco Scarpelli, geologo e lettore appassionato, affiancato da Gemma Cestari, direttrice del Premio Sila. Insieme hanno accompagnato Pascale dentro le pagine del libro e dentro il percorso umano e culturale che lo attraversa. Il risultato è stato un confronto capace di toccare questioni profonde come la morte, l’amore, la provincia, la memoria familiare e le trasformazioni dell’Italia, mantenendo sempre il tono ironico e lucido che caratterizza la scrittura dell’autore.
Nel corso dell’incontro, Pascale ha spiegato come sia nata l’idea del romanzo, riportando il momento preciso che ha acceso la riflessione da cui è partito tutto. «L’idea di questo libro mi è venuta a un funerale – ha raccontato Pascale –. Ho accompagnato mio padre al funerale di mia zia, 92 anni, a Piedimonte Matese. Erano tutti vecchi. Uno aveva il deambulatore e un enfisema polmonare. Mi si è avvicinato e mi ha detto: “Ma come ti sei fatto vecchio!”. E aveva ragione. In quel momento, mi sono reso conto che quelle persone le avevo viste giovanissime, forti, piene di sogni. Alcune avevano fatto una scala sociale, altre erano cadute lungo la strada. Ho pensato: come posso raccontare questo passaggio?».
Quel passaggio, nel romanzo, diventa la traiettoria «da Pinocchio a MasterChef», formula che Pascale usa per descrivere il mutamento dell’Italia, da paese segnato da fame e povertà a società dell’abbondanza apparente. Una trasformazione raccontata anche attraverso la figura del nonno, che l’autore indica come emblematica di un mondo spesso rimasto ai margini della narrazione pubblica. «Mio nonno è il personaggio rappresentativo che non viene mai raccontato. Contadino poverissimo, un paio di scarpe che si portava al collo per non sporcarle, camminava a piedi scalzi. È un uomo a chilometro zero: non si è mai mosso da Piedimonte Matese. Se non fosse stato per la prima guerra mondiale, non avrebbe mai visto l’Italia».
Tra i passaggi più efficaci della serata, anche quello in cui Pascale ha legato il cambiamento sociale all’arrivo della modernità nelle case, rovesciando luoghi comuni e retoriche intellettuali. «È stata la lavatrice a cambiare tutto. Mia nonna faceva la sarta ma doveva lavare i panni per tre giorni al lavatoio comunale. Quando arrivò la lavatrice, negli anni 70, si sedette e volle premere il pulsante. Guardò per un’ora quella macchina che faceva il lavoro di tre giorni. E mio padre dice sempre che escono i libri dalla lavatrice, non i panni puliti. Il tempo libero per le donne ha fatto sì che leggessero. Io divento scrittore perché mia mamma mi passò l’amore per la lettura che lei ha maturato dalla lavatrice. Quindi io, per proprietà transitiva, divento scrittore grazie alla lavatrice».
Pascale ha poi chiarito uno dei nuclei più profondi di “Cose umane”, definendolo apertamente un libro sulla morte. «La verità è che questo è un libro sulla morte – ha dichiarato Pascale –. Sono tutti morti in questo libro. Muoiono tutti. È un libro in cui esamino le cose umane viste attraverso la lente della morte. In maniera ironica, spero». E ancora: «Io sono un pessimista felice. Il pessimista è una persona che ha capito una profondissima verità: la vita non ha nessun senso. Tutti lo sanno. Anche le persone religiose. Suor Cristina mi faceva il catechismo e mi diceva sempre: “La vita è una valle di lacrime”. Questa angoscia è così forte che non è possibile vivere con essa. Quindi ci siamo inventati la coscienza, che rappresenta le cose umane, come tentativo di evitare l’angoscia. Come? Con delle storie».
Non è mancato uno sguardo sull’amore, affrontato con il consueto tono provocatorio. «Io ho un po’ di problemi con la retorica dell’amore. Fino a poco tempo fa era: “Va’ dove ti porta la dote”. Mia nonna e mio nonno si sono sposati per questo. Poi sono arrivati i poeti romantici: “Va’ dove ti porta il cuore”. Ma alla fine non riusciamo mai a togliere dall’amore l’idea del possesso. Io non riesco a considerare una coppia se uno dei due non è indipendente». E ancora, sulla provincia: «La provincia racconta il reale a partire da se stessi ma anche dalle vite degli altri, perché in provincia si conoscono tutti. Queste parabole delle vite, da Pinocchio a Masterchef, sono linee individuabili nei singoli e nelle famiglie».
Uno dei momenti più intensi della serata è arrivato con la lettura della parte finale del libro, quella dedicata alla discesa da Lagonegro verso il mare calabrese. Un passaggio che ha restituito la forza visionaria del romanzo e la sua capacità di intrecciare paesaggio, memoria e fine della vita. «Ho pensato a un’installazione, una specie di simulatore che riproduca la strada che da Lagonegro porta al mare. A ogni curva vedresti un rappresentante del paese di Pinocchio che vanga e zappa, poi le miniere con i tuoi parenti sporchi di carbone che ti salutano, poi gli operai, le donne che partoriscono, i bambini che giocano. Man mano che scendi verso il mare invecchi, ma quando arrivi al mare calabrese, con acque color turchese, cammini verso la spiaggia. Ti butti e galleggi, ma senti che ti stai spegnendo. Guardi il cielo meraviglioso sopra di te. È una felicità che non hai mai provato. Poi muori e il gioco finisce».
Nel corso dell’incontro, lo scrittore ha mostrato anche piena consapevolezza della crisi della lettura e della difficoltà che oggi attraversa il mestiere dello scrivere. «In Italia escono 100mila titoli nuovi ogni anno – ha chiosato –. Di questi, solo 3mila vendono più di 1.800 copie. Pochissimi scrittori vivono del proprio lavoro. Questo libro ha venduto 3mila copie, veramente poco. Io scrivo consapevole di questo, e mi domando perché il mondo va così».
La serata si è chiusa con un intervento dal pubblico che ha alleggerito il tono senza tradirne la profondità. «Io non mi sento vecchio. Ho voglia ancora di vivere. Sembra che siate tutti con l’Inps che volete cercare gli anziani», ha detto un signore di 82 anni, strappando sorrisi e applausi in una conclusione perfettamente coerente con lo spirito dell’incontro.