Beniamino Andreatta e la Cosenza che volle diventare città della conoscenza
Il primo rettore dell’Università della Calabria e l’idea, modernissima, di un Mezzogiorno che potesse cambiare attraverso i giovani
Prima ancora di diventare ministro, economista di rilievo internazionale e protagonista della vita politica italiana, Beniamino Andreatta fu a Cosenza l’uomo chiamato a dare un volto a un’ambizione ancora senza forma: fare dell’Università della Calabria una delle grandi scommesse culturali del Mezzogiorno.
Nel 1971, quando venne eletto primo rettore dell’Ateneo, l’Unical era poco più di un progetto da costruire. Mancavano ancora molte delle strutture che oggi ne definiscono l’identità; esistevano, invece, una legge istitutiva, una precisa volontà politica e l’idea che una nuova università potesse cambiare il destino di un territorio.
Andreatta arrivò in Calabria con un compito che andava ben oltre l’organizzazione di un nuovo ateneo. Doveva trasformare un’intuizione in un’istituzione e, soprattutto, convincere una regione periferica che la cultura, la ricerca e la formazione universitaria potevano diventare strumenti concreti di emancipazione. È qui che la sua storia incontra quella di Cosenza.
Perché l’Università della Calabria, prima di diventare il grande campus di Arcavacata, ebbe nella città il proprio primo centro operativo e istituzionale. Palazzo dei Bruzi fu teatro di alcuni dei momenti fondativi dell’Ateneo, mentre gli uffici del nascente Rettorato trovarono sede in città.
La storia di Andreatta, dunque, non appartiene soltanto all’Unical: appartiene alla trasformazione culturale e civile della Cosenza contemporanea. E proprio da questa relazione, spesso raccontata soltanto attraverso le cronache universitarie, vale la pena ripartire.
Un' università ancora senza università
Quando Andreatta arrivò in Calabria, il problema non consisteva semplicemente nel dare un rettore a un Ateneo nascente. Bisognava inventare l’Ateneo stesso.
La legge istitutiva risaliva al 12 marzo 1968. Nel 1971, dopo l'assegnazione alla provincia di Cosenza, occorreva individuare i terreni, organizzare le facoltà, elaborare lo Statuto, reclutare docenti e personale, predisporre le strutture e soprattutto trasformare una volontà politica in una realtà capace di accogliere studenti.
La sede definitiva sarebbe sorta nell'area di Arcavacata, nei territori di Rende e Montalto Uffugo. Ma una delle prime sedi del Rettorato e degli uffici amministrativi fu proprio Cosenza, in via Santoro.
E Palazzo dei Bruzi rappresentò uno dei luoghi simbolici di quella nascita: nel maggio 1971, nella sala consiliare, si svolse la cerimonia di insediamento degli organi accademici e amministrativi. Pochi mesi dopo, sempre a Palazzo dei Bruzi, sarebbe stato presentato lo Statuto dell'Università della Calabria, con Andreatta nel ruolo di magnifico rettore. Non è un dettaglio. Significa che la storia dell'Unical è, anche fisicamente, una pagina della storia di Cosenza.
L'intuizione più radicale: non costruire soltanto un Ateneo
La grandezza di Andreatta non risiede soltanto nella capacità organizzativa con cui riuscì ad accelerare un progetto che, secondo le normali procedure, avrebbe potuto richiedere diversi anni. La sua vera intuizione fu assai più ambiziosa: comprendere che in Calabria non bastava costruire un'università.
Occorreva costruire una comunità
Andreatta immaginava il campus come qualcosa di profondamente diverso dal modello universitario tradizionale italiano. Voleva residenze, servizi, luoghi di studio, sport, cultura, incontro. Guardava ai grandi modelli universitari anglosassoni, dunque a un'università concepita come ambiente totale della formazione e non come semplice successione di aule, lezioni ed esami.
La formula che consegnò alla storia fu quella della “città dei giovani”. È una definizione che, riletta oggi, impressiona per la sua modernità.
Andreatta non pensava agli studenti come semplici destinatari dell'istruzione superiore. Li considerava il principio attivo di una trasformazione sociale. L'università doveva diventare il luogo nel quale una generazione potesse imparare, discutere, incontrarsi, sperimentare libertà e persino immaginare un futuro diverso per la propria terra.
In una Calabria segnata dall'emigrazione e da una storica marginalità economica e culturale, quella visione possedeva quasi il carattere di una scommessa antropologica.
Andreatta e la sfida alla marginalità
Per questo ridurre Andreatta al suo curriculum di economista sarebbe un errore. Prima ancora di diventare ministro, protagonista della politica economica italiana, fondatore di istituzioni di ricerca e una delle personalità più autorevoli della cultura politica italiana, Andreatta fu, in Calabria, un costruttore di possibilità.
Aveva studiato alla Cattolica di Milano, a Padova e a Cambridge; aveva insegnato e svolto attività di ricerca in importanti sedi accademiche; aveva maturato esperienze internazionali, arrivando nel 1961 a lavorare in India nell'ambito della programmazione economica. Nel 1963 era diventato consigliere economico di Aldo Moro.
Quando giunse a Cosenza, dunque, non portava soltanto una cattedra prestigiosa: portava una visione internazionale dello sviluppo. E decise di mettere quella visione al servizio di un territorio che, allora, non occupava certo il centro della geografia italiana. È questo forse il lascito più importante. Andreatta comprese che il Mezzogiorno non aveva bisogno di una università periferica, bensì di una università capace di pensarsi centrale.
Per questo volle chiamare in Calabria docenti di orientamenti culturali differenti e costruire un ambiente scientifico aperto, competitivo, internazionale. L'Unical nacque così con una vocazione che superava i confini regionali.
Cosenza dentro un progetto più grande
E qui ritorna Cosenza. Perché la scelta di collocare l'università nell'area di Arcavacata non sottrasse Cosenza al progetto: al contrario, la inserì in una nuova geografia urbana e culturale. L'idea dei padri fondatori guardava a un territorio integrato, a quella che negli anni sarebbe stata evocata anche come “grande Cosenza”.
L'Università della Calabria avrebbe finito per modificare non soltanto il destino degli studenti, ma quello dell'intero comprensorio: nuove professionalità, nuove mobilità sociali, nuovi linguaggi, nuovi rapporti con l'Europa e con il mondo della ricerca. Cosenza, città antica, si trovò così davanti a una modernità inattesa.
Accanto alla sua storia letteraria, filosofica e musicale — da Telesio a Rendano — cominciava a maturare una nuova identità: quella di una città universitaria.
Ed è una trasformazione che non si può raccontare senza pronunciare il nome di Andreatta.
Il giornalismo come forma di democrazia
C'è poi un aspetto meno celebrato, ma particolarmente interessante per chi osserva la storia culturale di Cosenza attraverso il giornalismo. Andreatta attribuiva grande importanza al rapporto fra università, informazione e società. Durante gli anni calabresi favorì l'attenzione della stampa nazionale verso quella che appariva come una novità straordinaria nel panorama italiano: un'università completamente nuova, progettata secondo criteri allora inconsueti e collocata nel cuore del Mezzogiorno.
La trasparenza e il rapporto con l'opinione pubblica furono persino recepiti nello Statuto originario dell'Ateneo, che prevedeva la pubblicità delle riunioni degli organi universitari.
È una concezione sorprendentemente contemporanea: l'università non come torre d'avorio, ma come istituzione civile sottoposta al dialogo con la comunità.
Il vero monumento di Andreatta
Nel 2009 l'Università della Calabria gli intitolò il Centro Congressi e l'Aula Magna, alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. In quell'occasione Napolitano definì Andreatta un uomo del Nord animato da una profonda passione per il Mezzogiorno, nella quale riconosceva il sentimento di un dovere nazionale. Ma forse il monumento più autentico di Andreatta non è una targa, un busto o un'aula.
È il campus. È la ragazza o il ragazzo che arriva a Cosenza da un piccolo paese calabrese e scopre di poter studiare discipline che, fino a pochi anni prima, sembravano appartenere a un'altra geografia.
È il professore che decide di trasferirsi al Sud. È la ricerca scientifica che nasce in una terra considerata periferica. È la biblioteca piena di studenti. È la possibilità, per una famiglia meridionale, di immaginare per i propri figli un destino diverso da quello già scritto dalla condizione sociale o dall'emigrazione. Andreatta, in definitiva, non costruì soltanto un'università.
Per questo, ogni volta che si percorre la strada verso Arcavacata, sarebbe utile ricordare che prima del cemento, dei ponti, delle residenze e delle facoltà esisteva un'idea. Un'idea quasi temeraria per l'Italia degli anni Settanta: che anche dalla Calabria potesse partire una modernità nuova.
Beniamino Andreatta ebbe il merito di darle una forma. E forse il modo migliore per comprendere davvero la sua importanza non consiste nel chiedersi soltanto che cosa abbia fatto per l'Università della Calabria. La domanda più giusta è un'altra: quanto dell'idea contemporanea di Cosenza sarebbe esistito senza quella università? La risposta, probabilmente, contiene la misura autentica della sua eredità.