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12/04/2026 ore 10.01
Cultura

Cosentino ospite al Premio Sila: «Abbiamo smesso di dire cosa desideriamo»

Alla Feltrinelli di Cosenza lo scrittore presenta il suo romanzo: una riflessione su paura, speranza e incapacità di immaginare il futuro

di Redazione

Per circa un anno e mezzo, Nicola H. Cosentino ha compiuto una roba di una semplicità unica: ha chiesto a tutte le persone che incontrava quale fosse il loro più grande desiderio. Venerdì sera alla libreria Feltrinelli di Cosenza, gremita di pubblico, lo scrittore calabrese ha presentato “C’è molta speranza (ma nessuna per noi)” (Guanda), terzo appuntamento con la Decina 2026 del Premio Sila.

In dialogo con la giornalista Rita Campanaro, Cosentino ha raccontato la genesi di un romanzo che nasce da una scoperta: “Siamo diventati molto più abili a raccontare ciò che ci spaventa che ciò che desideriamo davvero”. E durante la serata, è stata anche riproposta l’esperienza al centro del romanzo: una scatola è passata tra il pubblico perché ognuno potesse scrivere su un foglietto il proprio desiderio e infilarlo nella scatola.

Alla fine dell’incontro, l’autore ne ha letti alcuni. Dalla paura al desiderio Gemma Cestari ha aperto l’incontro sottolineando la voce autoriale riconoscibile di Cosentino: «Una scrittura fatta di digressioni, citazioni, incursioni imprevedibili dei personaggi. Si parte da un punto, si compie un percorso lungo, apparentemente dispersivo. Eppure, alla fine, si arriva sempre al cuore della questione». Cosentino ha raccontato quindi la genesi del libro: «Per circa un anno e mezzo ho chiesto a tutte le persone che incontravo quale fosse il loro più grande desiderio.

Negli anni precedenti mi ero occupato dell’opposto: avevo studiato le possibilità dell’apocalisse, della fine, della paura, così come vengono raccontate nei romanzi e nei film. A un certo punto mi sono accorto che qualcosa non funzionava». Per me la letteratura era ciò che Margaret Atwood definisce un bengala: qualcosa che illumina il futuro, che annuncia ciò che sta per accadere. Poi ho capito che non funzionava. Era il 2020. Le persone hanno iniziato a reagire in modo diverso: all’inizio c’era curiosità, poi subentrava una sorta di assuefazione.

Ho capito che forse bisognava cambiare prospettiva. Non parlare più soltanto di paure, ma del loro contrario: desideri, speranze, utopie». Il problema non è realizzare i desideri, quanto esprimerli «Ho la sensazione che negli ultimi anni siamo diventati molto più abili a raccontare ciò che ci spaventa che ciò che desideriamo davvero. Succede nelle conversazioni private, a tavola, in famiglia. Succede nel discorso pubblico, nei media. Siamo a nostro agio nel condividere paure, crisi, inquietudini. Molto meno nel dichiarare i nostri sogni – ha affermato Cosentino –. È come se ci fossimo disabituati a sperare, pubblicamente e perfino con noi stessi. E questo diventa un circolo vizioso: se non siamo più capaci di nominare i nostri desideri, non riusciamo neanche a immaginare il futuro, né a costruirlo, né a migliorarlo. Il problema non è tanto realizzare i desideri, quanto riuscire a esprimerli. Dirli ad alta voce».

La giornalista Rita Campanaro ha chiesto delle due figure che attraversano il romanzo: un bambino e una signora anziana. «Rappresentano un sistema a due – ha spiegato Cosentino –. La signora anziana dice di voler tornare a Venezia, la città in cui è nata, ma in realtà non ha un vero desiderio. C’è quasi la sensazione che qualcosa, tra le generazioni, si sia incrinato». «Il bambino, Francesco, è quasi il suo opposto. Se la signora rappresenta una sorta di stanchezza del desiderio, il bambino ne rappresenta la ferita originaria. Lo incontra in una casa famiglia, è un bambino educato, rispettoso, ma profondamente solo. Pone una domanda semplice e insieme devastante: “Quando torni?”. Per me ha una funzione di espiazione. Anche a me è successa una cosa simile. Ho conosciuto un bambino, ho fatto una promessa, e poi sono tornato. Scrivere è stato un modo per fare i conti con quella esperienza, per stare meglio».

Sul titolo del romanzo, che riprende una frase attribuita a Kafka, Cosentino ha spiegato: «Quella frase, vera o presunta che sia, a me sembra profondamente piena di speranza. Quando diciamo qualcosa di apparentemente disfattista, spesso lo facciamo per esorcizzare la paura, per dire a voce alta ciò che temiamo proprio perché, in fondo, desideriamo il contrario. La mia generazione ha fatto spesso questo: nascondere le proprie speranze dietro una maschera di ironia o di negatività».

E ha concluso: «Nonostante tutto, io resto ottimista. Abbiamo messo da parte valori fondamentali come la gentilezza, la tenerezza, la pazienza. Anche il semplice “perdere tempo”. Io devo molto alla noia. È proprio in quell’attesa passiva, in quello spazio vuoto, che spesso si impara qualcosa. Oggi nessuno è più disposto a concedersi questi momenti: tutto deve essere efficace, produttivo, immediatamente significativo».

La stagione della Decina 2026 prosegue lunedì 13 aprile, alle 18, alla libreria Ubik di Cosenza, con Anna Mallamo che presenta “Col buio me la vedo io” (Einaudi), il suo romanzo d’esordio vincitore del Premio Supermondello 2025 e presentato al Premio Strega 2026. A dialogare con l’autrice reggina, il giornalista Giuseppe Smorto.