Sezioni
16/08/2026 ore 06.30
Cultura

Da Napoli a Cosenza, il viaggio dell’arte che attraversa chiese, secoli e devozioni

Da Luca Giordano a Sanmartino, dipinti e sculture raccontano l’antico legame culturale tra la città dei Bruzi e la capitale del Regno

di Ernesto Mastroianni

C’è stato un tempo in cui, per un cosentino, Napoli non era semplicemente una città. Era una direzione. Una meta. Un luogo verso il quale orientare lo sguardo, il desiderio, la devozione, persino la propria idea di bellezza. Per secoli Cosenza e Napoli hanno dialogato attraverso le strade, le chiese, i conventi, i commerci, le famiglie, le devozioni e, soprattutto, attraverso l’arte. Un rapporto antico, fitto, talvolta invisibile, che ancora oggi riaffiora tra le navate delle nostre chiese, davanti a una tela, dentro una cappella, nei volti scolpiti di una statua. Raccontare questo rapporto significa, dunque, raccontare una Cosenza meno ripiegata sulla propria dimensione locale e assai più inserita nella grande storia meridionale.

Napoli, capitale del Regno e straordinario laboratorio culturale, esercitò per secoli una forza d’attrazione potentissima sull’intero Mezzogiorno. La sua influenza arrivava fino alla Calabria attraverso uomini, libri, modelli artistici, maestranze, religiosi e opere d’arte. La ricerca storico-artistica ha ormai chiarito quanto Napoli fosse un autentico centro di formazione per artisti destinati poi a operare nelle province del Regno. E i cosentini, a Napoli, ci andavano. Ci andavano per necessità, per commercio, per studio, per affari, per incontrare parenti e conoscenti. E ci andavano anche per devozione. La memoria popolare ha conservato il racconto di uomini e donne che intraprendevano il viaggio verso la grande capitale del Mezzogiorno per visitare i suoi luoghi sacri, le chiese, i conventi, le immagini miracolose. Era un viaggio che aveva qualcosa del pellegrinaggio e qualcosa della formazione: si partiva dalla propria città e si arrivava in un mondo immensamente più grande, nel quale fede, arte e vita quotidiana si intrecciavano continuamente.

Per un abitante di Cosenza, Napoli doveva apparire quasi come una rivelazione. Era la città dei grandi palazzi, delle processioni, delle confraternite, dei monasteri, delle botteghe degli artisti, dei presepi, delle feste religiose, delle grandi pale d’altare. Era soprattutto la città nella quale si concentravano le novità artistiche destinate poi a propagarsi in tutto il Mezzogiorno. E quello che il viaggiatore cosentino vedeva a Napoli poteva tornare, attraverso la committenza ecclesiastica e privata, sotto forma di immagini e di linguaggi nella propria terra. È così che, lentamente, Napoli finì per entrare nelle chiese di Cosenza. Uno degli esempi più straordinari è Luca Giordano, uno dei massimi protagonisti della pittura napoletana del Seicento.

A Cosenza è conservata una sua celebre Immacolata Concezione, oggi riferita al patrimonio della città e originariamente destinata ai Cappuccini. Un documento ricorda addirittura che nel 1665 Giordano ricevette a Napoli un pagamento di cinquanta ducati «in conto d'un quadro dell'Immacolata per i Cappuccini di Cosenza». È un dettaglio apparentemente minuto, e invece racconta moltissimo. Perché significa che l'opera non fu semplicemente acquistata a posteriori da una collezione napoletana: fu pensata, commissionata e pagata all'interno di quella fitta rete di rapporti che collegava la capitale del Regno, ovvero Napoli, ai suoi territori.

L'arte viaggiava. E con essa viaggiavano le idee. Un altro nome gigantesco è quello di Francesco Solimena, il grande maestro della pittura napoletana tra Seicento e Settecento. Il suo rapporto con la Calabria è documentato e, nel territorio cosentino, troviamo opere riconducibili alla sua mano o alla sua cultura. Il Catalogo Generale dei Beni Culturali registra a Cosenza il "San Nicola di Bari salva il fanciullo coppiere", attribuito direttamente a Solimena. E c'è un particolare ancora più affascinante: la presenza di Solimena a Fiumefreddo Bruzio, dove una tela di Santa Chiara è stata restituita dalla critica al maestro napoletano. Si ricorda la collaborazione e la commissione dell'opera, pagata nel 1678 per conto della marchesa Lucrezia Ruffo della Valle.

Poi arriva Francesco De Mura, altro gigante della pittura napoletana, allievo di Solimena. La sua presenza nel territorio cosentino è tutt'altro che marginale. A Rende, nella chiesa di Maria Santissima del Rosario, si trovava una "Madonna del Rosario con Gesù Bambino e Santi", attribuita proprio a De Mura, trafugata nel 1978 e ritrovata a Napoli quasi mezzo secolo dopo.

Nel 2025 il dipinto è stato restituito alla comunità cosentina grazie alle indagini dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Napoli. Questa vicenda, quasi romanzesca, sembra contenere in sé l'intera storia del rapporto tra le due città: un'opera parte da Napoli, arriva in Calabria, viene sottratta, ritorna a Napoli e infine viene riconsegnata a Cosenza. Un viaggio lungo quasi tre secoli: E ancora più interessante è la presenza, a Fuscaldo, di Jacopo Cestaro, pittore napoletano della generazione successiva a Solimena.

Nella chiesa della Confraternita della Santissima Immacolata è conservato un ciclo di sei tele con episodi della vita della Vergine, databile intorno al 1735-1740 e riconducibile alla fase giovanile dell'artista. Il ciclo riprende esplicitamente, sul piano iconografico e stilistico, i modelli del suo maestro Solimena. È dunque una vera genealogia artistica che attraversa Napoli e arriva nel Cosentino: Solimena, i suoi allievi, i suoi modelli, le sue invenzioni. Ma forse il nome che più di ogni altro permette di comprendere la profondità di questo rapporto è quello di Giuseppe Sanmartino (di cui ci siamo occupati in un'altra puntata della mia rubrica "la domenica culturale").

A Napoli, Sanmartino è il genio del Cristo velato, la scultura che ancora oggi sembra sfidare la materia e il limite stesso dello scalpello. Il velo marmoreo che aderisce al corpo di Cristo è diventato una delle immagini più celebri della scultura europea del Settecento. Eppure Sanmartino è anche a Cosenza. Nel Duomo, nella cappella della Madonna del Pilerio, gli angeli che sorreggono la corona dell'immagine mariana sono attribuiti proprio a lui.

La presenza del grande scultore napoletano nella Cattedrale cosentina è una delle testimonianze più suggestive di quel rapporto culturale che legava la città dei Bruzi alla capitale del Regno. È quasi commovente pensare che lo stesso artista capace di scolpire a Napoli il volto morto di Cristo sotto il velo del marmo abbia lasciato la propria impronta anche nella devozione più intima di Cosenza: quella rivolta alla Madonna del Pilerio, la Vergine alla quale la tradizione attribuisce la liberazione della città dalla peste del 1576. Qui il rapporto tra Napoli e Cosenza smette di essere soltanto una questione di storia dell'arte. Diventa storia della fede. Perché le opere arrivavano soprattutto là dove esistevano confraternite, monasteri, conventi, ordini religiosi e famiglie disposte a investire nella bellezza come forma di devozione.

La committenza religiosa costituiva uno dei grandi canali attraverso cui la cultura napoletana penetrava nel territorio calabrese. E Napoli, in questo senso, era una sorta di enorme laboratorio dal quale Cosenza attingeva. Non soltanto quadri e statue, dunque, ma modelli. Modi di rappresentare la Vergine, Cristo, i santi. Modi di costruire gli altari. Modi di concepire il rapporto tra luce e materia. Persino un certo gusto teatrale dell'immagine sacra, quella capacità tipicamente barocca di trasformare una pala d'altare in una scena, un'apparizione, quasi in un momento di teatro sacro.

La Galleria Nazionale di Cosenza è, ancora oggi, una straordinaria testimonianza di questo processo: il percorso del museo comprende infatti opere di artisti calabresi accanto a quelle di artisti napoletani che influenzarono profondamente la pittura locale, con un nucleo particolarmente significativo dedicato a Mattia Preti e Luca Giordano. E allora forse bisogna cambiare prospettiva. Quando camminiamo nel centro storico di Cosenza e attraversiamo le sue chiese, non stiamo semplicemente osservando una somma di opere appartenenti a epoche diverse. Stiamo leggendo una mappa. Una mappa fatta di viaggi: Il viaggio dei cosentini verso Napoli. Il viaggio dei religiosi. Il viaggio dei committenti. Il viaggio degli artisti. Il viaggio delle tele e delle sculture. Il viaggio dei modelli estetici. Il viaggio, soprattutto, delle idee.

Cosenza guardava a Napoli come a una capitale capace di offrire ciò che altrove era più difficile trovare: maestri, botteghe, materiali, innovazione, prestigio. E Napoli, attraverso le proprie botteghe, i propri artisti e le proprie opere, arrivava fino a Cosenza. È una storia che possiede persino un curioso rovesciamento finale.

Nel 2025, il dipinto attribuito a Francesco De Mura, rubato a Rende nel 1978, è stato recuperato proprio a Napoli e restituito alla comunità cosentina. Dopo secoli di viaggi, dunque, un'opera ha compiuto il percorso inverso. È tornata a casa. Forse è questa la maniera più bella per raccontare il rapporto tra Cosenza e Napoli: due città che per secoli non sono state separate dalla distanza, perché a unirle c'era una strada. Una strada percorsa da pellegrini e mercanti, da ecclesiastici e artisti, da opere d'arte e devozioni. Una strada sulla quale Cosenza imparava a conoscere il mondo. E Napoli, senza forse accorgersene, imparava a lasciare un pezzo di sé nella Calabria dei Bruzi.