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09/06/2026 ore 12.59
Cultura

Il caso Losardo riapre la ferita della Calabria: «Dopo 46 anni chi l’ha ucciso è libero» – FOTO

Al Cine Teatro Italia-Tieri di Cosenza la proiezione dell’ultimo lavoro della regista e giornalista Giulia Zanfino. Il sindaco Franz Caruso: «Quel caso è una ferita per la democrazia»

di Alessia Principe
Franco Muto in un frame del docufilm "Chi ha ucciso Giovanni Losardo?"

La faccia del boss è nitida, a dispetto delle foto segnaletiche e stropicciate che da anni compaiono sui giornali. Quando Franco Muto appare sullo schermo scappa un brivido. Il re del pesce, incoronato con sale e sangue, quando cominciò a prosperare su quella riva del Tirreno che poi divenne il suo impero, è il filo nero che lega storie di crimini ancora sospesi in un limbo fluttuante, che la giornalista e regista Giulia Zanfino afferra e racconta nel suo docufilm “Chi ha ucciso Giovanni Losardo?”.

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«Tutti a Cetraro sanno chi mi ha ammazzato». Lo dice Losardo, disteso sull’asfalto, mentre sul petto sbocciano fiori di sangue piantati dai proiettili di due killer fuggiti su una moto. Lo sanno tutti sì, ma nessuno ha voglia di dirlo ad alta voce. Neanche adesso che gli anni hanno scaricato la paura del momento, diluito il timore di ritorsioni, placato il tremore nelle mani che si aveva negli anni Ottanta solo a pronunciare, bisbigliare, quel nome lì. 

Per quasi mezzo secolo, il delitto Losardo continua a rabbuiare la storia della Calabria perché, al di là delle decisioni giudiziarie, il mosaico dei delitti è cristallino. Al Festival “Voci della Legalità”, ospitato nel Cine Teatro Italia-Tieri di Cosenza gremito di pubblico, ieri la proiezione del docufilm Chi ha ucciso Giovanni Losardo, ha riportato al centro dell’attenzione pubblica il caso del segretario capo della Procura della Repubblica di Paola, ucciso nel 1980, ancora oggi senza giustizia.

Una produzione calabrese

La produzione del coraggioso docufilm è Ugly Films, Conimieiocchi, Latteplus col sostegno di Cgil Cosenza e Calabria Film Commission (nel cast Francesco Villari, Ernesto Orrico, Paolo Mauro, Dario De Luca, Giacinto Le Pera, Laura Marchianò, Francesco Votano, Caterina Misasi, Annalisa Insardà). 

A rendere possibile il progetto anche una squadra tecnica interamente costruita attorno a professionalità calabresi: lo scenografo Antonio Giocondo, la truccatrice Sandra Perri, il parrucchiere Gianluigi Bruno, il reparto fotografia con Gianluca Gattabria e Claudia Gullà, il comparto costumi con Peppe Ricciardi, Laura Scagliola e Monica Caminiti, il reparto produzione con Federica Suraci e Gianluca Salerno, oltre al reparto regia coordinato da Morgana Ryuk Villari, la fotografia è di Mauro Nigro, la casting director è Francesca Marchese. Tutti guidati dalla produzione esecutiva di Open Fields Productions.

Una filiera quasi interamente calabrese - fatta eccezione per il costumista Peppe Ricciardi - che dimostra come sul territorio esistano competenze artistiche e tecniche capaci di sostenere produzioni di alto livello, senza nulla da invidiare ai grandi set romani.

Caruso: «Una ferita aperta»

Ad aprire la serata è stato il sindaco di Cosenza Franz Caruso, che ha parlato apertamente di una ferita mai rimarginata per la democrazia italiana e calabrese.

«Ancora oggi, dopo 46 anni dal sacrificio di Giannino Losardo, non sappiamo chi lo ha ucciso, anche se immaginiamo il mandante. Ma non c’è una sentenza. E questa è una ferita alla democrazia. Sono contento che Fiordalisi abbia riaperto il caso: questa è una speranza, affinché si possano almeno individuare gli autori di questo crimine».

Nel docufilm si alternano interviste con momenti di ricostruzione filmica che riportano alla mente luoghi e volti che il tempo ha sepolto. «Attorno all’omicidio Losardo così come ad altri delitti che insanguinarono quegli anni – ha detto la regista –  da tempo circolano nomi, responsabilità sospettate e verità mai definitivamente accertate in sede giudiziaria. Speriamo che il nostro film riuscirà a riaprire uno squarcio di luce su tante ombre».

Il docufilm ricostruisce attraverso testimonianze anni di silenzi, depistaggi e zone d’ombra che hanno accompagnato il caso per oltre quattro decenni. Un lavoro che intreccia memoria civile e ricostruzione giornalistica, cercando di restituire dignità storica a una vicenda ancora senza risposte.