Mattia Salemme, 28 anni e già direttore d’orchestra: «La musica è la mia lingua madre» | VIDEO
Lo studio del pianoforte e la laurea presso il Conservatorio di Cosenza: «L’opera lirica non è un reperto museale»
Negli incontri che costellano la nostra quotidianità, una qualità rara e quasi ineffabile: quella sensazione di trovarsi al cospetto non soltanto di un giovane talento, ma di una coscienza già pienamente formata, capace di abitare il proprio tempo senza tradire la profondità della tradizione.
È questa, senza dubbio, l’impressione che si ricava conversando con Mattia Salemme, direttore d’orchestra appena ventottenne, ospite del nostro network. La sua recente laurea in direzione d’orchestra, conseguita con il massimo dei voti presso il Conservatorio di Cosenza, non si presenta come un mero traguardo accademico, ma piuttosto come il naturale approdo - provvisorio, s’intende - di un itinerario umano e artistico intriso di rigore, disciplina e, soprattutto, di una consapevolezza rara: quella per cui la musica non è semplice esercizio estetico, bensì forma di pensiero, dispositivo etico, strumento di relazione.
Quando gli si chiede di tornare con la memoria ai primi incontri con il suono, egli non indulge in narrazioni oleografiche o sentimentalismi facili; piuttosto, lascia emergere, quasi con pudore, l’eco di un’infanzia in cui la musica si è imposta come presenza necessaria, come lingua madre appresa prima ancora delle parole.
Non un episodio isolato, dunque, ma una lenta e progressiva epifania: il pianoforte - primo compagno di viaggio - come spazio di rivelazione, luogo in cui il gesto si fa pensiero e il pensiero si traduce in suono. Il percorso formativo, che egli stesso non esita a definire “lungo e tortuoso”, si è nutrito della vivacità culturale di una città come Cosenza, crocevia di stimoli e fermenti. In questo contesto, istituzioni come il Teatro Rendano, la Cattedrale e la prossimità dell’Università hanno costituito non semplici cornici, ma autentici luoghi di formazione spirituale, nei quali l’esperienza musicale si è intrecciata con quella intellettuale.
Qui, Salemme ha affinato non solo la tecnica direttoriale, ma una visione ampia e stratificata dell’arte, concepita come dialogo continuo tra epoche, linguaggi e sensibilità. Particolarmente significativa è la sua riflessione sul melodramma, che egli avverte come il cuore pulsante della tradizione musicale italiana. Nelle sue parole si coglie una tensione quasi militante: l’opera lirica non è, né può essere, un reperto museale destinato all’oblio, ma un organismo vivo, che chiede di essere continuamente reinterpretato e restituito al presente.
La tradizione belcantistica, lungi dall’essere un’eredità ingombrante, diviene per lui un patrimonio da custodire e, al contempo, da rigenerare attraverso nuovi linguaggi e nuove modalità di fruizione. Alla diffusa percezione dell’opera come arte distante, egli oppone una visione inclusiva e dinamica. Non si tratta, a suo avviso, di semplificare o impoverire il linguaggio, bensì di costruire ponti: contesti, esperienze, occasioni in cui i giovani possano incontrare la musica senza pregiudizi, riconoscendovi qualcosa che li riguarda intimamente. In tal senso, il suo impegno nella formazione di orchestre giovanili assume un valore che travalica la dimensione artistica per farsi gesto civile.
La difficoltà di molti ragazzi ad avvicinarsi alla musica classica non viene da lui ricondotta unicamente alla complessità intrinseca del repertorio, quanto piuttosto a una radicata reticenza culturale, a quell’etichetta di élitarismo che troppo spesso allontana anziché incuriosire. Eppure, proprio nell’esperienza concreta del fare musica insieme, egli intravede la possibilità di scardinare tali resistenze: l’orchestra come microcosmo sociale, spazio di ascolto reciproco, disciplina condivisa, responsabilità collettiva. Non meno rilevante è la sua convinzione circa il potere inclusivo della musica.
Nei progetti da lui seguiti, racconta di aver assistito a trasformazioni silenziose ma profonde: giovani inizialmente estranei o diffidenti che, attraverso la pratica musicale, hanno trovato un linguaggio comune, una forma di appartenenza, talvolta persino una via di riscatto. In queste esperienze si manifesta, forse nella maniera più autentica, la funzione sociale dell’arte. Quanto al futuro della musica classica nell’epoca della digitalizzazione e della fruizione rapida, Salemme rifiuta tanto il pessimismo sterile quanto l’ottimismo ingenuo. La musica, afferma, continuerà a emozionare finché saprà rimanere fedele alla propria essenza, pur aprendosi alle trasformazioni del presente.
I social e le nuove tecnologie, se utilizzati con intelligenza, possono diventare strumenti preziosi per ampliare il pubblico, senza necessariamente snaturare il contenuto. I suoi obiettivi artistici si delineano con chiarezza: dirigere, certo, ma soprattutto costruire. Costruire orchestre, reti, occasioni; contribuire alla crescita di una comunità musicale viva, capace di dialogare con il territorio e di offrire ai giovani non solo formazione, ma prospettive concrete. È, in fondo, una visione etica del mestiere del musicista, inteso non come figura isolata, ma come nodo di una trama più ampia.
A chi, infine, guarda a questa strada con timore o esitazione, egli non offre consolazioni facili. Non edulcora la fatica, né nasconde l’asprezza di un percorso che esige dedizione assoluta, studio costante, disciplina inflessibile. E tuttavia, proprio in questa radicalità, risiede la sua forza: la consapevolezza che ogni conquista autentica passa attraverso il sacrificio, e che la musica - quella vera - non ammette scorciatoie.
Congedandosi, resta la sensazione di aver incontrato non soltanto un giovane direttore d’orchestra, ma un interprete del proprio tempo, capace di tenere insieme tradizione e futuro, rigore e apertura, arte e responsabilità. In un’epoca incline alla dispersione e alla superficialità, la sua voce si impone con la limpidezza di chi ha scelto, con ostinata lucidità, la via più esigente: quella della profondità.