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31/05/2026 ore 06.30
Cultura

La Basilica di Sant’Angelo d’Acri, racconto monumentale della memoria religiosa calabrese

Tra affreschi, mosaici e spiritualità francescana, la Basilica di Sant’Angelo d’Acri custodisce uno dei patrimoni artistici e identitari più significativi del Cosentino

di Ernesto Mastroianni

La provincia di Cosenza custodisce una delle anime più profonde della Calabria. È una terra che non si lascia leggere in superficie, bisogna attraversarne i paesi arrampicati sui monti, ascoltare il silenzio delle pietre, sostare nelle chiese che odorano ancora di incenso e umidità antica. Qui la cultura non è soltanto patrimonio artistico, ma memoria collettiva, voce popolare, stratificazione di secoli. Nel Cosentino convivono il retaggio bizantino, la spiritualità francescana, la civiltà contadina e quella monastica. Ogni borgo sembra custodire un racconto sospeso tra mistica e storia.

Acri, adagiata tra le alture della Sila Greca, appartiene a questa geografia morale prima ancora che territoriale. La città conserva una forte identità religiosa e civile, alimentata soprattutto dalla figura di Sant’Angelo d’Acri, il cappuccino missionario nato nel 1669 con il nome di Lucantonio Falcone. Predicatore infaticabile, uomo di austera povertà e di straordinaria forza comunicativa, Sant’Angelo attraversò il Meridione predicando nelle piazze e nelle campagne, parlando ai poveri con un linguaggio semplice e diretto. Canonizzato da papa Francesco nel 2017, resta ancora oggi il simbolo spirituale di Acri e della Calabria francescana.

Nel cuore della città sorge la Basilica di Sant’Angelo d’Acri, uno dei più monumentali edifici religiosi dell’intera regione. La sua costruzione iniziò nel 1893 per volontà di padre Giacinto Osso da Belmonte Calabro, su progetto dell’architetto romano Guido Quercioli, e fu inaugurata nel 1898. La basilica nacque grazie alle offerte del popolo acrese e degli emigrati calabresi nelle Americhe: un fatto che da solo racconta quanto profondo fosse il legame tra il santo e la sua comunità.

L’impatto esterno dell’edificio è già di per sé teatrale. La facciata, austera e solenne, è dominata da due campanili gemelli rivestiti in rame e da una grande cupola alta oltre trenta metri. Sulla facciata spiccano le quattro statue realizzate dallo scultore romano Ernesto Biondi, artista molto noto tra Otto e Novecento, chiamato ad arricchire il santuario con un apparato figurativo capace di tradurre in immagini la forza spirituale del luogo. Lo stesso Biondi collaborò con il pittore Vincenzo Montefusco per accelerare i lavori decorativi della basilica.

Ma è all’interno che la basilica rivela pienamente la propria dimensione narrativa. L’ampia navata, scandita da dodici cappelle gentilizie disposte simmetricamente, è interamente attraversata da una decorazione pittorica dedicata ai miracoli e alla vita di Sant’Angelo d’Acri. Le volte a botte e le superfici murarie trasformano l’edificio in un grande racconto visivo della santità popolare calabrese.

Il principale autore degli affreschi fu Vincenzo Montefusco, pittore napoletano specializzato in arte sacra. Le sue opere costituiscono ancora oggi il nucleo figurativo più importante della basilica. Montefusco dipinse numerose scene dedicate ai miracoli del santo cappuccino: episodi di guarigione, conversioni popolari, momenti di predicazione tra la povera gente.

La sua pittura, fortemente narrativa, utilizza colori caldi e una composizione teatrale di evidente matrice tardo-ottocentesca. Nei suoi affreschi la santità non appare distante o ieratica, ma immersa nella vita quotidiana del popolo calabrese. Le figure dei contadini, delle donne in preghiera, degli infermi e dei mendicanti sembrano provenire direttamente dai vicoli e dalle campagne dell’Acri di fine secolo.

Accanto all’opera di Montefusco emerge quella del pittore calabrese Emilio Iuso — talvolta citato anche come Emilio Juso — originario di Rose. Fu lui l’ultimo artista a intervenire nel santuario, completando e arricchendo il programma decorativo interno. Iuso, anch’egli specializzato in pittura sacra, contribuì ad accentuare il tono devozionale dell’edificio attraverso immagini più raccolte e contemplative. Se Montefusco privilegiava il movimento scenico e il racconto, Iuso lavorava soprattutto sull’intensità spirituale dei volti e sulla solennità delle composizioni. La sua presenza artistica rappresenta una delle testimonianze più importanti della pittura religiosa calabrese del primo Novecento.

Nella cappella centrale si conserva l’urna in bronzo e vetro che custodisce il corpo ricomposto di Sant’Angelo. Attorno all’urna si sviluppa uno dei dettagli più suggestivi della basilica: il mosaico realizzato da Padre Ugolino da Belluno, cappuccino e artista, che avvolge simbolicamente le reliquie del santo in una composizione luminosa e meditativa. Qui la monumentalità lascia spazio al raccoglimento. Il pellegrino non si trova davanti a un semplice monumento funerario, ma a uno spazio di silenzio e contemplazione.

Anche il portale bronzeo merita attenzione. Con il suo peso imponente e la ricchezza simbolica delle raffigurazioni, costituisce una vera introduzione iconografica al santuario. Vi compaiono le virtù teologali, Cristo con gli apostoli e lo stemma pontificio che ricorda l’elevazione a basilica minore concessa da Giovanni Paolo II. È un’opera che unisce monumentalità e catechesi visiva, secondo una tradizione profondamente radicata nell’arte religiosa italiana.

La Basilica di Sant’Angelo d’Acri non è soltanto un edificio di culto. È il racconto architettonico di una Calabria devota e popolare, di una terra che ha trasformato la fede in linguaggio artistico. Le pitture di Montefusco e Iuso, le sculture di Ernesto Biondi, il mosaico di Padre Ugolino da Belluno compongono un insieme che supera il semplice valore devozionale e diventa documento culturale. In quelle immagini si legge la storia di un Sud spesso dimenticato, ma capace di generare bellezza attraverso la spiritualità, la povertà e il sentimento collettivo.

Visitare questa basilica significa allora entrare dentro una memoria calabrese ancora viva. Non una memoria museale, ma una memoria abitata: fatta di processioni, ex voto, ceri accesi e silenzi. Ed è forse proprio questo il tratto più autentico della cultura cosentina: la capacità di custodire il sacro non come reliquia del passato, ma come parte quotidiana dell’esistenza.