Lorenzo Papasodero, il giovane tenore che canta con disciplina e verità | VIDEO
Talento precoce, ruoli pucciniani, rigore tecnico e anima ingegnera: il percorso umano e artistico del giovane calabrese
Vi sono voci che sembrano nascere per farsi ascoltare e altre che, prima ancora, nascono per resistere. La voce di Lorenzo Papasodero appartiene a questa seconda, più rara, specie: non uno strumento da esibire, ma una presenza che si impone con la discrezione delle cose necessarie. Non chiede attenzione, la conquista. Perché dietro il suono non c’è mai soltanto una carriera, ma una coscienza che si assume il peso della propria responsabilità.
Nel racconto del suo percorso artistico non c’è traccia di compiacimento. I ruoli affrontati — Rodolfo, Pinkerton, Turiddu, Don José — non vengono evocati come trofei, ma come incontri decisivi. Ogni personaggio è stato per Lorenzo Papasodero una soglia, un attraversamento, un esercizio di fedeltà non solo al dettato musicale, ma alla verità umana che la partitura custodisce. La scena, per lui, non è mai stata un luogo di ostentazione: è un tribunale silenzioso davanti al quale l’artista è chiamato a rispondere del proprio dire.
Nella scrittura pucciniana, Lorenzo riconosce una tensione che gli è intimamente affine: la capacità di affidare alla voce il compito di dire l’indicibile, tutto ciò che, senza musica, non sarebbe emotivamente possibile dire, incarnando la fragilità senza indulgenza. La solidità tecnica che sostiene le performance di Lorenzo Papasodero non è mai esibita come virtuosismo. È il risultato di uno studio rigoroso, quotidiano, quasi ascetico. In Papasodero la disciplina non reprime l’emozione, la rende possibile.
Senza metodo, l’emozione resterebbe informe; senza emozione, il metodo sarebbe un guscio vuoto. È in questo equilibrio, fragile e tenacemente cercato, che la sua voce trova la propria necessità. La passione La musica, nella vita di Lorenzo Papasodero, non è mai stata un semplice mestiere, né soltanto una vocazione. È stata, piuttosto, una forma di cura. Cura dell’anima, certo, ma anche del corpo, del respiro.
Nei momenti in cui l’esistenza ha chiesto più di quanto sembrasse possibile offrire, il canto non è stato una via di fuga, bensì un luogo in cui restare. Restare dentro il dolore, attraversarlo, lasciargli una voce. La musica lo ha educato alla pazienza e all’ascolto, ma anche alla consapevolezza della fragilità. La voce, lo sa bene, esiste solo nell’istante in cui vibra: nasce e scompare, senza lasciare traccia se non nella memoria di chi ha ascoltato. E in questa precarietà Lorenzo riconosce una lezione radicale sull’esistenza stessa. Cantare gli ha insegnato che nulla può essere trattenuto, ma tutto può essere donato; che ogni nota è un atto di fiducia nel presente; che la bellezza non coincide con ciò che dura, ma con ciò che accade. In questo percorso, apparentemente votato all’emotività, si innesta un dato che sorprende e chiarisce: la laurea in ingegneria.
Lontana dall’essere una deviazione, quella formazione razionale ha rappresentato una seconda grammatica del mondo. Il rigore, il metodo, la precisione del pensiero scientifico hanno dialogato con l’arte senza mai contraddirla. Studiare durante le tournée, preparare esami tra una prova e uno spettacolo, è stato per Papasodero un esercizio di fedeltà a entrambe le parti di sé. L’ingegnere e il cantante non si sono mai esclusi, si sono sorretti, riconoscendo ciascuno nell’altro una forma diversa di disciplina e di verità. Il privato Se la professione racconta un cammino coerente e la passione ne rivela la necessità, è nel privato che la voce di Lorenzo si fa più bassa, più grave, più essenziale. La famiglia è stata il primo luogo in cui quella voce è stata riconosciuta e protetta: un sostegno discreto, costante, mai invasivo. Una presenza che ha accompagnato senza pretendere, che ha creduto prima ancora che arrivasse il riconoscimento pubblico.
Al centro di questo orizzonte affettivo si staglia la figura del padre, oggi assente nella materia ma profondamente presente nello spirito. Lorenzo ne parla senza retorica, con una compostezza che tradisce la profondità del legame. Il padre non è un ricordo che pesa: è una presenza che accompagna. Ogni palco diventa anche un luogo della memoria, ogni debutto una forma silenziosa di dialogo. Alcune presenze, sembra suggerire, non si dissolvono con la perdita: mutano forma, si fanno ascolto, diventano respiro. È forse qui che risiede la cifra più autentica della sua voce. Papasodero non canta per dominare il tempo, ma per abitarlo. Non cerca l’eternità del suono, ma la verità dell’istante.
In un’epoca che spesso confonde il rumore con la forza, la sua voce ci ricorda che l’intensità autentica nasce sempre da un luogo più profondo: da ciò che, prima di essere cantato, è stato vissuto. E così, quando il sipario si chiude e il suono si spegne, ciò che resta non è soltanto l’eco di una nota, ma la percezione rara di aver ascoltato un uomo che, attraverso la musica, continua a dire se stesso.