Dal Cristo Velato alla Madonna del Pilerio, il filo d’arte che unisce Napoli e Cosenza
Giuseppe Sammartino, autore della celebre opera partenopea, è anche il realizzatore dell’altare marmoreo della Madonna del Pilerio nella Cattedrale del capoluogo bruzio
Nel cuore antico di Cosenza, il tempo sembra sedimentarsi in una trama fitta di pietre, memorie e silenzi. Il centro storico della città - tra i più suggestivi dell’Italia meridionale - è un luogo in cui le epoche si sovrappongono come strati di una lunga narrazione: dai resti dell’antica città dei Bruzi alle architetture normanne, dagli eleganti palazzi rinascimentali alle chiese barocche che punteggiano vicoli e piazze.
Qui si levano monumenti di straordinaria importanza, come il complesso del Castello Svevo, che domina la città dall’alto del colle Pancrazio, o il severo edificio del Teatro Rendano, testimonianza dell’orgoglio culturale ottocentesco. Ma il cuore spirituale e simbolico della città batte soprattutto tra le navate solenni della Cattedrale, monumento che sintetizza in sé secoli di storia religiosa, artistica e civile.
Edificata nel XII secolo durante il dominio normanno e consacrata nel 1222 alla presenza dell’imperatore Federico II di Svevia, la cattedrale cosentina si erge come un autentico palinsesto della storia dell'arte meridionale. Le sue forme, austere e solenni, custodiscono un patrimonio artistico di straordinaria ricchezza: cappelle votive, sepolcri illustri, reliquie e altari che testimoniano la devozione stratificata di un popolo.
La Madonna del Pilerio e il suo altare, simboli di Cosenza
Tra questi, uno dei luoghi più suggestivi è senza dubbio la cappella dedicata alla Madonna del Pilerio, spazio sacro amatissimo dal popolo cosentino, che alla Vergine ha affidato per secoli le proprie paure, le proprie suppliche e le proprie speranze. È qui che la pietà popolare si intreccia con una delle più alte espressioni della scultura settecentesca: l’altare marmoreo realizzato dal grande scultore napoletano Giuseppe Sammartino, universalmente noto per aver scolpito il celeberrimo Cristo velato conservato nella Cappella Sansevero.
All’interno della cappella, in un’atmosfera raccolta e quasi contemplativa, l’altare si impone allo sguardo con una solennità luminosa che sembra trasformare il marmo in un organismo vivo. L’opera, compiuta nel 1771, si distingue per l’eleganza delle linee e per la raffinatezza della lavorazione, che rivela l’altissima perizia tecnica dello scultore e della sua bottega.
Al centro dell’altare, protetta da un fastoso apparato architettonico tardo barocco, è collocata l’antica icona della Madonna del Pilerio, immagine bizantina su tavola venerata da secoli e probabilmente risalente al XII secolo. Sammartino costruisce attorno a questa sacra immagine una scenografia marmorea di grande intensità emotiva: un’edicola che si apre come un gesto di accoglienza, quasi un abbraccio di pietra attorno alla figura della Vergine.
Colonne tortili si innalzano con movimento ascensionale, sorreggendo un frontone spezzato che amplifica il dinamismo della composizione; ai lati si dispongono figure angeliche in atteggiamento di adorazione. Gli angeli, modellati con grazia raffinata, presentano gesti misurati e panneggi morbidi, nei quali la luce scivola creando vibrazioni sottili. In queste figure si riconosce pienamente la cifra stilistica di Sammartino: una scultura capace di infondere spiritualità alla materia, trasformando il marmo in una superficie vibrante, quasi palpitante.
L’altare appare così come una vera e propria macchina scenica della fede, concepita per esaltare la centralità della Madonna nella devozione cittadina e nella vita religiosa della Calabria. La teatralità barocca, lungi dall’essere mero artificio ornamentale, diventa strumento di elevazione spirituale: ogni linea, ogni piega del marmo guida lo sguardo del fedele verso il fulcro dell’opera, l’icona venerata della Vergine.
Sammartino tra Napoli e Cosenza
La presenza di un artista di tale levatura a Cosenza testimonia l’intensità dei rapporti culturali che nel Settecento univano la Calabria alla capitale del Regno. Nato nel 1720 a Napoli, Sammartino proveniva da una famiglia di artisti e si impose presto come uno dei più importanti scultori del panorama borbonico.
Il successo del Cristo velato - realizzato nel 1753 - lo rese celebre in tutto il Regno di Napoli e gli aprì le porte delle più prestigiose committenze aristocratiche ed ecclesiastiche. Fu probabilmente l’arcivescovo cosentino Gennaro Clemente Francone, uomo di vasta cultura e raffinato mecenate, a chiamarlo a Cosenza con l’intento di arricchire la cattedrale con un’opera degna della devozione mariana cittadina.
Sammartino accettò l’incarico e giunse in Calabria per sovrintendere personalmente alla realizzazione dell’altare. Il suo soggiorno, sebbene breve, fu significativo: ospite dell’episcopio cosentino, l’artista lavorò insieme a maestranze locali, dirigendo con attenzione ogni fase dell’esecuzione.
Documenti settecenteschi conservati negli archivi diocesani testimoniano la sua presenza in città e ricordano la meraviglia che l’opera suscitò tra i fedeli nel momento della sua inaugurazione. L’altare apparve subito come un capolavoro capace di congiungere la grande tradizione scultorea napoletana con la profonda religiosità popolare della Calabria.
Il dialogo con il Cristo velato
Il confronto ideale tra l’altare della Madonna del Pilerio e il Cristo velato rivela con straordinaria evidenza l’unità poetica dell’arte di Sammartino. Le due opere appartengono a contesti differenti: da un lato un altare liturgico destinato al culto pubblico, dall’altro una scultura funeraria inserita in un raffinato programma simbolico. Eppure entrambe testimoniano la stessa tensione verso la perfezione formale e la stessa capacità di trasformare il marmo in materia sensibile.
Nel Cristo velato il corpo martoriato di Cristo è ricoperto da un velo sottilissimo, scolpito con una virtuosistica maestria che rende la pietra quasi trasparente. La superficie marmorea diventa così veicolo di una struggente meditazione sulla morte e sulla redenzione. Analogamente, nell’altare cosentino Sammartino utilizza la luminosità del marmo e l’armonia dei movimenti per creare una composizione capace di emozionare e coinvolgere lo spettatore.
Gli angeli, con il loro atteggiamento devoto, sembrano partecipare alla preghiera dei fedeli; l’architettura barocca guida lo sguardo verso l’icona mariana, trasformando l’opera in un itinerario visivo e spirituale. In entrambe le creazioni si coglie inoltre un rapporto profondo con la religiosità popolare. L’arte di Sammartino non si rivolge soltanto alle élite colte, ma parla direttamente al cuore del popolo: commuove, consola, eleva. Le sue sculture non sono semplicemente oggetti artistici, ma luoghi simbolici di incontro tra l’umano e il divino.
L’altare della Madonna del Pilerio rappresenta dunque un unicum nell’arte calabrese del Settecento. Non soltanto per l’eccellenza della mano che lo ha realizzato, ma per il dialogo fecondo che esso instaura tra la grande tradizione artistica napoletana e la devozione popolare cosentina.
In questa opera Giuseppe Sammartino, artista celebrato nelle corti e nei palazzi aristocratici del Regno, seppe ascoltare la voce profonda della fede di un popolo e tradurla nella purezza luminosa del marmo. Così, nel cuore della Cattedrale di Santa Maria Assunta, l’altare continua ancora oggi a raccontare una storia di arte e spiritualità, di bellezza e di mistero: un ponte ideale tra Napoli e la Calabria, tra la grande scultura barocca e l’anima antica della città dei Bruzi.
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