Michele Bianchi, il cosentino che attraversò il secolo breve
Questa settimana ci occupiamo di una figura cosentina particolarmente interessante. Alcune storie appartengono alla storia per ciò che raccontano; altre che vi appartengono per le contraddizioni che racchiudono. Quella di Michele Bianchi appartiene a entrambe le categorie. La sua esistenza politica attraversa una delle fratture più profonde della storia italiana contemporanea: quella che conduce dall’Italia liberale alla dittatura fascista. E lo fa seguendo una traiettoria tutt’altro che lineare: dal socialismo al sindacalismo rivoluzionario, dall’antimilitarismo all’interventismo, dall’esperienza giornalistica alla costruzione del movimento fascista, fino ai vertici dello Stato mussoliniano.
È, soprattutto, la storia di un calabrese che seppe trasformare la propria provenienza periferica in una leva di penetrazione nei circuiti della politica nazionale, sino a diventare uno degli uomini chiamati a preparare la conquista fascista del potere.
Michele Bianchi nacque a Belmonte Calabro, nel Cosentino, il 22 luglio.
Figlio di Francesco Bianchi, medico condotto originario di Malito, e di Celestina De Bonis. Trascorse gli anni della formazione fra San Demetrio Corone e Cosenza. Frequentò il Liceo Telesio, dove ebbe fra i suoi professori lo storico Oreste Dito. L'ambiente cosentino costituì dunque il primo laboratorio della sua formazione intellettuale e politica. Fu nella città dei Bruzi che entrò in contatto anche con il medico e studioso Pasquale Rossi, figura significativa della cultura politica calabrese di quegli anni.
Nel 1902 lasciò Cosenza per Roma. Si iscrisse a Giurisprudenza, ma non avrebbe concluso gli studi: il giornalismo e la politica finirono per imporsi sulla carriera accademica. Nel 1903 entrò nella redazione dell'Avanti!, il quotidiano socialista allora diretto da Enrico Ferri, e cominciò a militare nel Partito socialista.
È questa la prima, e forse più istruttiva, delle metamorfosi di Bianchi.
Il futuro gerarca fascista non nacque infatti all'interno della destra nazionalista. La sua formazione politica affonda le radici nella sinistra rivoluzionaria del primo Novecento. Partecipò alla vita interna del socialismo, aderì alle posizioni di Ferri e Arturo Labriola e, progressivamente, si avvicinò al sindacalismo rivoluzionario, corrente che contestava il gradualismo riformista e affidava all'organizzazione operaia e all'azione diretta una funzione propulsiva nella trasformazione della società.
Nel 1905 lasciò l'Avanti! insieme ad altri redattori, in aperto dissenso con la linea del giornale. Assunse quindi la direzione di Gioventù socialista, promuovendo una campagna antimilitarista che gli procurò conseguenze giudiziarie. Poco dopo si trasferì a Genova, dove divenne segretario della Camera del lavoro rivoluzionaria e direttore di Lotta socialista. La sua fisionomia politica andava ormai definendosi: Bianchi era soprattutto un organizzatore, un uomo capace di trasformare le idee in strutture, le strutture in mobilitazione e la mobilitazione in forza politica. Questa caratteristica non lo avrebbe mai abbandonato.
Negli anni successivi la sua attività giornalistica e sindacale lo portò in diversi centri del Nord e del Centro Italia. Nel 1912 approdò al Piccolo di Trieste, dove il suo acceso sentimento irredentista gli procurò persino un decreto di espulsione da parte delle autorità austro-ungariche. La trasformazione ideologica era ormai in corso: il linguaggio della lotta di classe cominciava a convivere, e progressivamente a sovrapporsi, con quello della nazione.
Poi arrivò la guerra.
Lo scoppio del primo conflitto mondiale rappresentò per Bianchi una cesura definitiva. L'uomo dell'antimilitarismo socialista divenne interventista. Partecipò con Mussolini all'organizzazione dei fasci interventisti e, una volta entrata l'Italia nel conflitto, partì volontario.
È uno dei passaggi che rendono la sua biografia particolarmente significativa. Il percorso di Bianchi mostra infatti come, nell'Italia sconvolta dalla Grande guerra, alcune culture politiche nate nella galassia socialista potessero progressivamente ricollocarsi entro un nuovo universo ideologico fondato sulla nazione, sulla mobilitazione permanente, sull'antiparlamentarismo e sul mito dell'azione.
Nel dopoguerra, Bianchi fu tra i primi protagonisti dei Fasci italiani di combattimento, costituiti nel 1919. L'esperienza giornalistica si intrecciò con quella organizzativa: fu collaboratore del Popolo d'Italia e partecipò alla costruzione del movimento che avrebbe progressivamente trasformato la propria natura, passando dalla dimensione movimentista delle origini alla conquista sistematica delle istituzioni.
Nel novembre 1921 nacque il Partito Nazionale Fascista. Bianchi entrò nel comitato centrale e fu scelto come segretario generale. Fu una nomina di grande rilevanza: il fascismo aveva bisogno di una macchina organizzativa capace di tenere insieme sezioni, dirigenti, gruppi locali e strutture territoriali. Bianchi fu l'uomo chiamato a costruirla.
Il suo rapporto con Mussolini fu dunque assai più complesso di quello di un semplice gregario. Bianchi era un organizzatore politico di primo piano e, nella fase precedente alla conquista del potere, contribuì alla trasformazione del fascismo da movimento composito a partito strutturato. La storiografia ha sottolineato proprio il peso che egli ebbe nell'organizzazione del PNF e nella progressiva concentrazione delle funzioni direttive del partito.
Poi arrivò la marcia su Roma.
Michele Bianchi fu uno dei quattro quadrumviri, insieme a Italo Balbo, Emilio De Bono e Cesare Maria De Vecchi, ai quali venne affidata la direzione dell'operazione che avrebbe portato Mussolini al governo. Non fu, pertanto, un testimone della conquista fascista dello Stato: ne fu uno degli organizzatori.
Questo dato basta, da solo, a collocare la sua figura nella storia del fascismo senza bisogno di sovrastrutture retoriche.
Dopo l'incarico ricevuto dal re a Mussolini, Bianchi entrò nell'apparato governativo. Divenne segretario generale del Ministero dell'Interno, mentre continuava a esercitare un ruolo significativo negli equilibri del partito. La sua attenzione si concentrò anche sulla trasformazione delle regole istituzionali che dovevano assicurare al fascismo una maggioranza parlamentare stabile.
Nel 1923 partecipò ai lavori relativi alla nuova legge elettorale che sarebbe divenuta la legge Acerbo. Il provvedimento avrebbe assegnato i due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto almeno il 25 per cento dei voti validi, alterando radicalmente il rapporto fra consenso elettorale e rappresentanza parlamentare. Bianchi fu coinvolto nel processo di elaborazione della riforma e, più in generale, nella discussione sulle modifiche istituzionali destinate a rafforzare l'esecutivo.
Il passaggio è decisivo perché mostra un'altra faccia della sua funzione politica. Il fascismo non si limitò alla violenza squadrista e alla pressione esercitata nelle piazze: costruì progressivamente strumenti giuridici e istituzionali capaci di svuotare dall'interno il sistema parlamentare. Bianchi appartiene anche a questa storia.
Nel 1924 fu eletto deputato nella circoscrizione Calabria-Lucania, mentre il fascismo si avviava verso una più compiuta occupazione delle istituzioni. Per un uomo nato in un piccolo centro della Calabria e formatosi politicamente fra Roma, Genova, Ferrara e Trieste, il ritorno elettorale nella propria circoscrizione aveva anche un significato territoriale. La Calabria divenne progressivamente uno dei campi nei quali Bianchi avrebbe cercato di consolidare la propria influenza.
Dal 1925 al 1928 fu sottosegretario ai Lavori pubblici; nel 1928 passò al Ministero dell'Interno e, il 12 settembre 1929, tornò ai Lavori pubblici, questa volta come ministro. Rimase alla guida del dicastero sino alla morte, avvenuta pochi mesi dopo.
È proprio negli ultimi anni che la vicenda di Bianchi acquista una particolare rilevanza per la Calabria.
La sua attività di governo si intrecciò infatti con le opere pubbliche, la viabilità, il Mezzogiorno e la riorganizzazione degli enti locali. Dal 1924 in poi la politica dei lavori pubblici in Calabria e nel Mezzogiorno, insieme alla riforma di Comuni e Province, costituì uno dei principali terreni della sua iniziativa politica. Attraverso questa attività è possibile osservare concretamente il nuovo rapporto che il fascismo cercò di instaurare fra il centro dello Stato e le periferie.
Qui la storia nazionale e quella calabrese finiscono per sovrapporsi.
Bianchi era diventato uno degli uomini attraverso i quali il regime cercava di penetrare nel tessuto amministrativo meridionale. Le infrastrutture e l'intervento pubblico assumevano così una duplice dimensione: quella materiale, legata alle opere e alla modernizzazione, e quella eminentemente politica, inserita nel processo di centralizzazione amministrativa e di progressiva subordinazione delle autonomie locali promosso dal fascismo.
La sua morte arrivò il 3 febbraio 1930, a Roma. Era malato di tubercolosi. Aveva appena cinquant'anni, o poco più, a seconda della datazione adottata dalle fonti.
Ma la morte non pose fine alla parabola politica di Michele Bianchi.
Cominciò allora un'altra storia: quella della costruzione del mito.
Il regime trasformò Bianchi nel prototipo del calabrese che aveva conquistato i vertici della nuova Italia fascista. In Calabria il suo nome venne associato a strade, piazze, edifici e luoghi abitati. La memoria privata venne progressivamente inglobata nella liturgia pubblica del regime. Nel 1932 la salma fu trasferita a Belmonte Calabro, alla presenza degli altri tre quadrumviri, Balbo, De Bono e De Vecchi, e venne collocata nel mausoleo costruito sul colle Bastia, affacciato sul Tirreno.
Il monumento non era soltanto un omaggio funebre.
Era un dispositivo della memoria fascista.
Attraverso la monumentalizzazione di Bianchi, il regime costruiva l'immagine di una Calabria finalmente riconosciuta dal potere centrale attraverso uno dei suoi figli. Il gerarca diventava così simbolo di una terra che il fascismo dichiarava di voler modernizzare e integrare nello Stato centralizzato.
La storia lontana dalla propaganda
La storia, però, richiede una distanza che la propaganda non poteva avere.
Michele Bianchi fu socialista, sindacalista rivoluzionario, interventista, fascista, dirigente del PNF, quadrumviro della marcia su Roma, protagonista della trasformazione istituzionale dello Stato e infine ministro del governo Mussolini. Queste identità non possono essere isolate l'una dall'altra per costruire una versione più rassicurante del personaggio. La sua esperienza socialista appartiene alla sua biografia; non assolve né cancella il ruolo successivo nella costruzione del regime.
Ed è proprio questa la ragione per cui Michele Bianchi merita di essere studiato oggi. Non per riabilitarlo. Non per demonizzarlo attraverso formule postume che sostituiscano la ricerca storica. Per comprenderlo.
La sua vicenda permette di osservare, quasi attraverso una lente d'ingrandimento, uno dei fenomeni più complessi dell'Italia del Novecento: la trasformazione di un militante della sinistra rivoluzionaria in un dirigente della destra autoritaria; il passaggio dalla lotta contro lo Stato liberale alla conquista dello Stato; la metamorfosi dell'antimilitarismo in nazionalismo; la sostituzione dell'internazionalismo socialista con una concezione totalizzante della nazione. E permette, soprattutto, di guardare alla Calabria senza relegarla a semplice sfondo geografico.
Bianchi fu un uomo della Calabria e contemporaneamente un uomo della sua fuoriuscita: partì da Belmonte, passò per Cosenza, Roma, Genova, Ferrara e Trieste, e arrivò al vertice della macchina politica fascista. Quando tornò idealmente verso la propria terra, lo fece dall'alto di un potere che aveva contribuito a costruire e che stava progressivamente cancellando le garanzie dello Stato liberale.
La sua storia, dunque, non è soltanto quella di un ministro fascista nato in Calabria.
È la storia di un'Italia che cambiò pelle, e di un calabrese che seppe attraversare quella metamorfosi sino a diventare uno dei suoi protagonisti.
La memoria del mausoleo di Belmonte, oggi, può essere letta allora in maniera opposta a quella voluta dal regime: non come santuario di una stagione politica, ma come documento di quella stagione. Non come celebrazione, bensì come interrogativo.
Perché la storia, quando viene sottratta alla propaganda, chiede comprensione.