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25/04/2026 ore 14.54
Cultura

New York ricorda Marta Petrusewicz: una vita tra storia, esilio e Sud

Alla Roosevelt House dell’Hunter College una commemorazione internazionale per la storica scomparsa a Rende: musica, testimonianze e un’eredità intellettuale che attraversa continenti

di Redazione

Una commemorazione sobria, colta, profondamente attraversata dalla memoria. Ieri 24 aprile, alla Roosevelt House dell’Hunter College, New York ha reso omaggio a Marta Petrusewicz, figura di riferimento negli studi storici internazionali, scomparsa il 4 febbraio 2026 a Rende.

Le porte si sono aperte nel primo pomeriggio, in un’atmosfera raccolta, segnata dalle note di un liuto. Tra le 16 e le 16:30, mentre il pubblico prendeva posto, la musicista Luce Burrell ha eseguito brani del tardo Rinascimento e primo Barocco italiano, creando un preludio musicale coerente con il profilo intellettuale di Petrusewicz: una studiosa capace di tenere insieme rigore accademico e profondità culturale.

Il programma ufficiale si è aperto con il saluto istituzionale di Nancy Cantor, presidente dell’Hunter College, seguito da una sequenza di interventi che hanno restituito, da prospettive diverse, la complessità della figura di Petrusewicz. Storici e studiosi provenienti da università statunitensi ed europee – da Princeton a Johns Hopkins, dalla New York University alla Sapienza – hanno intrecciato ricordi personali e riflessioni scientifiche, delineando il profilo di una intellettuale capace di attraversare discipline, contesti e generazioni.

Nata a Varsavia nel 1948, Petrusewicz aveva conosciuto fin da giovane il peso della storia. Espulsa dall’università dopo le proteste del 1968, aveva lasciato la Polonia per l’Italia, completando gli studi all’Università di Bologna. Il primo incarico accademico stabile arriva nel 1975 all’Università della Calabria, un legame destinato a durare nel tempo, nonostante una lunga carriera negli Stati Uniti tra Princeton University e lo stesso Hunter College, dove ha insegnato per quasi trent’anni.

Il Sud Italia non è stato per lei solo un luogo di lavoro, ma un campo di indagine privilegiato. Opere come Latifondo: economia morale e vita materiale in una periferia dell’Ottocento, premiata con il riconoscimento letterario Sila, o Come il Meridione divenne una questione, hanno contribuito a ridefinire lo sguardo storico sul Mezzogiorno, spostandolo oltre stereotipi e narrazioni semplificate.

Dopo la lunga esperienza americana, il ritorno a Rende, dove ha insegnato come docente di chiara fama all’Università della Calabria, ha segnato una nuova fase della sua vita, culminata anche nell’impegno istituzionale come assessora alla cultura. Un radicamento che la commemorazione newyorkese ha restituito con chiarezza: Marta Petrusewicz è stata una figura transnazionale, ma mai sradicata.

Il programma ha alternato parole e musica. Tra i momenti più intensi, l’ascolto di “Casta Diva” dalla Norma di Bellini e, in chiusura, “Zog nit keynmol”, canto partigiano ebraico legato all’insurrezione del ghetto di Varsavia. Una scelta tutt’altro che casuale, che ha ricondotto la biografia della studiosa alla storia del Novecento europeo da cui era partita.

A chiudere la cerimonia, le parole di Judith Friedlander, professoressa emerita di Antropologia, che ha ricordato non solo la studiosa, ma la collega e l’amica. La partecipazione è andata oltre la presenza fisica: oltre sessanta persone si sono collegate da remoto, a testimonianza di una comunità accademica diffusa, unita dal lavoro e dall’eredità di Petrusewicz.

Più che una semplice commemorazione, un atto collettivo di restituzione. Perché la traiettoria di Marta Petrusewicz – tra Varsavia, Bologna, la Calabria e New York – non è stata solo una carriera accademica, ma un modo di abitare la storia, attraversandola senza mai smettere di interrogarla.