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17/05/2026 ore 09.25
Cultura

Roberto Andò alla Feltrinelli di Cosenza: «Palermo, vendetta e amore»

Nono appuntamento con la Decina 2026 del Premio Sila: lo scrittore ha presentato “Il coccodrillo di Palermo”

di Redazione

Una città amata alla follia, ma anche guardata con la durezza di chi continua a sentirne le ferite. Roberto Andò ha portato alla Feltrinelli di corso Mazzini, a Cosenza, il suo romanzo “Il coccodrillo di Palermo”, pubblicato da La nave di Teseo, nel nono appuntamento con la Decina 2026 del Premio Sila. A dialogare con l’autore è stato Enzo Paolini, presidente della Fondazione Premio Sila.

L’incontro ha attraversato i temi più profondi del libro: il rapporto con Palermo, la memoria familiare, la verità irraggiungibile, la giustizia, la colpa e quella forma ambigua di amore che può somigliare anche alla vendetta. Andò ha richiamato William Klein, che nella prefazione a un suo libro fotografico scrisse di avere scattato New York «all’insegna della vendetta». Una frase nella quale lo scrittore si è riconosciuto: «Lo potevo dire anch’io per questo romanzo».

Roberto Andò e Palermo, tra ferita e desiderio di ritorno

Per Andò, “Il coccodrillo di Palermo” nasce da un sentimento doppio. Da un lato la vendetta, dall’altro un amore radicale per la città. «Non avrei scritto un libro come questo se non amassi Palermo alla follia. È un tentativo struggente di afferrare ancora una volta qualcosa che mi sta sfuggendo», ha spiegato l’autore durante l’incontro cosentino.

Il romanzo prende forma da una confidenza lontana, da un racconto ascoltato molto tempo prima. «Quella storia l’ho scritta perché molto tempo fa, in una serata confidenziale, un magistrato mi ha raccontato qualcosa di sconvolgente che riguardava un grande magistrato, oggi non c’è più, e il suo rapporto con una certa intercettazione».

Da quel frammento, sospeso tra pettegolezzo, memoria e dato reale, è nato il nucleo narrativo del libro. Andò non nasconde che nella finzione restano molte tracce di verità: «Ci sono molte più cose vere di quanto si possa immaginare».

Il giallo senza soluzione e la verità che sfugge

Nel dialogo con Enzo Paolini, Roberto Andò ha riflettuto anche sul genere giallo, rivendicando una tradizione letteraria lontana dalla soluzione rassicurante. «Amo molto la letteratura gialla che non ha una soluzione. Il giallo più autentico è quello che scrivevano Gadda e Sciascia, romanzi dove la verità è irraggiungibile».

È dentro questa idea di mistero che si muove Rodolfo Anzo, protagonista del romanzo, regista di documentari che vive a Roma e torna a Palermo dopo anni di distanza. Nella casa dei genitori defunti trova sei bobine di intercettazioni telefoniche illegalmente conservate dal padre poliziotto, insieme a un messaggio che gli chiede di restituirle alle persone intercettate.

Da qui comincia un’indagine personale e familiare. Rodolfo ascolta dodici persone, sei conversazioni, e finisce per perdersi in quelle voci. «Sente che questi testi, queste conversazioni, alludono, rimandano, creano un’aspettativa che non riesce ad afferrare. Il tema vero è cosa sia rimasto leggibile di questa città», ha spiegato Andò.

Palermo come personaggio del romanzo

Nel libro Palermo non è soltanto sfondo, ma personaggio centrale. Enzo Paolini ha sottolineato come le sei registrazioni costruiscano una ragnatela urbana e morale, evocando atmosfere cinematografiche vicine a Elio Petri e a “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”.

Andò ha accolto il riferimento: «L’evocazione dei film di Petri mi lusinga moltissimo». Poi ha definito la sua Palermo come una città doppia: una città oggettiva, pietrificata, rovinata, nuova; e una città interiore, altrettanto decisiva. A queste si aggiunge una terza dimensione: la città dei morti.

La Palermo del romanzo è una città che pensa di avere già conosciuto tutto, visitata da civiltà diverse, convinta di essere il culmine della raffinatezza e del pensiero. Ma dietro questa immagine, secondo Andò, si nasconde l’incapacità di fare davvero i conti con sé stessa.

Thomas Bernhard, il vero “coccodrillo”

Ogni capitolo del romanzo si apre con una citazione di Thomas Bernhard. «Il vero coccodrillo è Thomas Bernhard», ha detto Andò, riconoscendo nello scrittore viennese una guida sotterranea del libro.

Da Bernhard arrivano il camminare, il rapporto ostile con la città d’origine, la passione per la musica e il senso del vivere. Nel romanzo, Palermo viene descritta anche attraverso le parole di uno psichiatra: una città che riserva sempre sorprese, con tratti coattivi e imprevedibili, pensosa ma non necessariamente capace di avere un pensiero o un progetto.

Il libro e il ritorno del figlio

“Il coccodrillo di Palermo” racconta il ritorno di Rodolfo Anzo nella sua città natale dopo oltre dieci anni. Il rapporto con Palermo è conflittuale, al punto che il protagonista sarebbe felice di non tornarci più. A costringerlo è una notizia inattesa: qualcuno si è introdotto nella casa dei genitori, senza rubare nulla di valore.

Dentro quell’abitazione, Rodolfo trova le bobine delle intercettazioni conservate dal padre. Il compito di restituirle agli intercettati diventa un viaggio dentro la memoria, ma anche dentro le ombre di Palermo e del rapporto con il padre.

Il romanzo procede così come un labirinto di voci, volti e segreti. Una storia sospesa tra colpa, redenzione e giustizia, in cui la verità sembra avvicinarsi e allontanarsi continuamente.

Roberto Andò, cinema, teatro e narrativa

Nato a Palermo nel 1959, Roberto Andò è regista di teatro di prosa, lirica e cinema. Tra i suoi film figurano “Sotto falso nome”, “Le confessioni”, “Una storia senza nome”, “La stranezza” e “L’abbaglio”.

Dal suo romanzo “Il trono vuoto”, vincitore del Premio Campiello Opera Prima 2012, ha tratto il film “Viva la libertà”, con Toni Servillo e Valerio Mastandrea. “Il coccodrillo di Palermo” ha già vinto il Premio Elsa Morante per la Narrativa 2025.