Sarino Branda presenta il suo nuovo libro: «Le illusioni cadono, ma restano gli affetti e la possibilità di ricominciare»
L’autore di Appunti di Disincanto racconta il rapporto con il tempo, la memoria, le ferite interiori e il valore della poesia in un’epoca sempre più veloce e distratta
Manager, promotore culturale, uomo delle istituzioni e profondo conoscitore del tessuto economico e sociale cosentino. Ma accanto al lungo percorso professionale di Rosario “Sarino” Branda esiste anche una dimensione più intima, fatta di memoria, riflessione e scrittura poetica. Nel suo libro Appunti di Disincanto, Branda raccoglie frammenti di vita, emozioni e consapevolezze maturate nel tempo, trasformandole in versi essenziali attraversati da malinconia, lucidità e ricerca interiore. Ne emerge uno sguardo disincantato ma non arreso, capace di interrogarsi sul tempo, sugli affetti, sulle ferite e sulla possibilità di custodire ancora una forma di speranza autentica. In questa intervista l’autore racconta il significato del suo libro e il rapporto profondo tra poesia ed esperienza vissuta.
Perché ha scelto il titolo Appunti di Disincanto? Cosa rappresenta per lei il “disincanto”?
«Il titolo nasce dall’idea di raccogliere frammenti di vita, pensieri, emozioni e riflessioni maturate nel tempo. “Appunti” perché queste poesie non vogliono avere la pretesa di offrire verità assolute, ma piuttosto tracce interiori, momenti di consapevolezza. Il “disincanto”, invece, non è per me rinuncia o pessimismo, ma consapevolezza che tende a maturare. È il momento in cui magari si perde un’illusione, ma si acquista uno sguardo più autentico sulla realtà. È una forma di maturità emotiva. È guardare la vita senza filtri, accettandone le fragilità, le contraddizioni e anche le ferite. Una continua tensione verso ciò che per fortuna resta vivo, nonostante tutto: gli affetti, i ricordi, gli amici, i figli, il tempo condiviso, la possibilità di ripartire. Un disincanto dal quale far nascere una nuova forma di speranza, più sobria e più vera».
Nelle sue poesie il tempo ritorna continuamente. Che rapporto personale ha con la memoria e con il passato?
«Il tempo è probabilmente il vero filo conduttore del libro. Mi interessa il modo in cui il passato continua ad abitare il presente, attraverso i ricordi, le assenze, le persone incontrate, gli errori e le occasioni perdute. La memoria per me non è nostalgia sterile, ma uno spazio interiore in cui si costruisce la nostra identità. Credo che ciascuno di noi sia fatto di stratificazioni. Ciò che abbiamo vissuto continua a parlarci, a influenzare le nostre scelte e persino il nostro modo di guardare il futuro. Nelle poesie ho cercato proprio questo, provare a fermare piccoli frammenti di tempo prima che potessero svanire del tutto».
Molti versi sembrano nascere da esperienze vissute, da ferite e relazioni profonde. Quanto c’è di autobiografico nella sua scrittura?
«C’è sicuramente una componente autobiografica molto forte, perché credo che la poesia debba partire da qualcosa di autentico. Le emozioni non possono essere simulate. Tuttavia non si tratta mai di un diario personale in senso stretto. Le esperienze vissute diventano materia di ispirazione e, in qualche misura, cercano di trasformarsi in qualcosa che abbia un respiro più generale. Una ferita individuale può diventare una riflessione condivisa sul dolore, sulla solitudine, sul tempo o sui legami umani. Quello che mi piacerebbe è che chi legge potesse riconoscersi tra i versi».
La sua poesia utilizza parole essenziali, attimi di riflessione. È una scelta stilistica o emotiva?
«Direi entrambe le cose. Ho sempre pensato che la poesia debba lasciare spazio al silenzio e alla riflessione. Mi interessa più suggerire che spiegare. Le parole essenziali permettono spesso di arrivare più in profondità, perché obbligano chi legge a fermarsi, a completare il senso con la propria sensibilità. Ma è anche una scelta emotiva. Alcune emozioni, soprattutto quelle più intime, non hanno bisogno di essere gridate. Il più delle volte, poche parole risultano il modo più efficace per raccontare un mondo interiore molto più vasto».
Nei suoi testi convivono malinconia e speranza. Crede che oggi la poesia possa ancora aiutare a comprendere meglio sé stessi e il mondo?
«Sì, lo credo profondamente. Viviamo in un tempo molto veloce, in cui spesso manca lo spazio per ascoltarsi davvero. La poesia, invece, obbliga a rallentare. Ci mette davanti a domande essenziali. Chi siamo, cosa stiamo cercando, cosa resta delle nostre relazioni, delle nostre emozioni, dei nostri sogni. La malinconia nei miei versi nasce dalla consapevolezza della fragilità della vita e del tempo che passa. Ma la speranza nasce dal fatto stesso di voler continuare a interrogarsi, di non smettere di cercarne il senso. Credo che la poesia non serva a dare risposte definitive, ma ad aiutarci a guardare più in profondità dentro noi stessi e in maniera meno frettolosa e distratta a ciò che ci circonda».
Dopo questo viaggio poetico, cosa resta oggi a Sarino Branda: più disincanto o più speranza?
«Forse una speranza più consapevole. Il disincanto ti cambia. Tende a renderti meno ingenuo, più prudente, a volte anche più vulnerabile. Però insegna a distinguere ciò che è autentico da ciò che appare in superficie. Dopo questo percorso resta certamente la consapevolezza delle ombre, delle fragilità e delle delusioni che ogni vita attraversa. Ma resta anche la convinzione che valga comunque la pena continuare a cercare luce, relazioni vere, emozioni sincere. È un modo per prendere coscienza che le illusioni cadono, ma rimangono gli affetti, la memoria, la possibilità di continuare a tendere la mano custodendo con cura ciò che conta davvero».