“Un amore mostruoso a Cosenza”. «Da un sogno folle nacque l’albo speciale di Dylan Dog»
Dalla mostra del 2013 all’albo speciale del 2014: Luca Scornaienchi, direttore artistico del Festival Le Strade del Paesaggio, racconta come Dylan Dog arrivò a Cosenza. «Il giorno della presentazione qualcuno portò in braccio un figlio di sei mesi per chiedere due copie»
C’era una gran folla quel giorno all’Auditorium del liceo classico Telesio. Le scale di pietra che portavano all’ingresso, erano un tappeto colorato fatto di sciarpe leggere, magliette a tema, qualcuno aveva tirato fuori anche una camicia rossa e un paio di Clarks. Chi era riuscito a entrare, tornava indietro tenendo l’albo stretto al petto, per non sciuparlo, ma solo in centocinquanta riuscirono a strappare un autografo degli autori.
Era il 12 ottobre del 2014 e quel giorno Dylan Dog lasciò Londra per Cosenza. Fu uno dei rarissimi casi (accadde solo per Venezia e Torino) in cui l’indagatore dell’incubo lasciò Londra per una città italiana reale, trasformata in parte integrante della storia. Dodici anni dopo, mentre Dylan Dog compie quarant’anni, quell’albo fuori serie, Un amore mostruoso a Cosenza, è diventato un piccolo oggetto di culto. Con Luca Scornaienchi, direttore artistico del festival Le Strade del Paesaggio, abbiamo ricostruito la storia di quella singolare trasferta calabrese e, insieme, provato a capire che cosa resta oggi dell’antieroe malinconico creato da Tiziano Sclavi.
Dylan Dog, quarant’anni dopo: l’antieroe malinconico che ha cambiato il fumetto italianoScornaienchi, se dico “Un amore mostruoso a Cosenza”, quali sono i primi ricordi che ti tornano in mente?
«Tanti e bellissimi. A dire il vero fu davvero una pazzia, a ripensarci, ma ci è riuscita bene».
Come è nata l’idea?
«È partito tutto nel 2013 con Tex a dire il vero. Con il Festival del Fumetto Le Strade del Paesaggio, di cui sono direttore artistico, abbiamo sempre avuto come missione quella di raccontare il territorio. Nel 2012 organizzammo una grandissima mostra dedicata a Tex Willer, con il maggior numero di tavole originali mai esposte fino a quel momento. Ebbe un successo enorme. Durante quella edizione si verificò quasi una sorta di petizione popolare: chiunque veniva a visitare la mostra, prima di andare via, ci chiedeva: “Perché non ne fate una anche su Dylan Dog?”»
Ed è lì che si accesa la lampadina.
«Abbiamo detto: perché no? Proviamoci. Così nel 2013 organizzammo una grande mostra dedicata all’Indagatore dell’Incubo. Vennero Daniele Bigliardo, Franco Busatta, che all’epoca era caporedattore della testata, Angelo Stano, storico copertinista, e organizzammo per tutta la manifestazione una serie di incontri ed eventi con gli autori».
Ma il passo per portare Dylan a Cosenza è stato così breve?
«Non proprio. Per noi era un sogno anche solo immaginare Dylan Dog dentro la nostra città, ma anche un azzardo. Facemmo questa proposta alla Sergio Bonelli Editore, con cui avevamo già dei rapporti di collaborazione e con nostra grande sorpresa, la Bonelli disse sì e ci diede l’autorizzazione a realizzare l’albo».
Hai mai incontrato o parlato con Tiziano Sclavi?
«Purtroppo no, non ci siamo mai incontrati né abbiamo mai parlato direttamente. Sclavi, come è noto, è una persona molto schiva, lontana dalla mondanità e dagli eventi. In quel periodo non partecipava neppure alle manifestazioni ufficiali dedicate a Dylan Dog».
Come si arrivò alla storia e alla scelta di Giuseppe De Nardo e Daniele Bigliardo per sceneggiatura e disegni?
«Erano due autori a noi molto vicini, conoscevano Cosenza e soprattutto il centro storico. Erano quindi probabilmente le persone più adatte a restituire non soltanto la veridicità dei luoghi e delle vedute della città, ma anche una certa atmosfera, un immaginario legato a Cosenza».
Quale fu la difficoltà maggiore nel costruire una storia che avesse Cosenza come protagonista?
«Fu proprio decidere in quali luoghi ambientare la storia. Da una parte volevamo inserire paesaggi ed elementi immediatamente riconoscibili dai cosentini, in cui potessero rivedersi. Dall’altra dovevamo pensare anche al grande pubblico, a chi Cosenza magari non l’aveva mai vista. Dovevamo scegliere luoghi capaci di far conoscere e, possibilmente, far innamorare della città».
Dylan è un personaggio con delle esigenze (e fisime) particolari, è stato difficile traslocarlo a queste latitudini?
«Non è stato facile di sicuro. Intanto c’era la difficoltà di dover “spostare” fisicamente Dylan Dog da Londra a Cosenza. Per esempio, Dylan arriva in treno perché, come sanno i lettori, l’Indagatore dell’Incubo ha paura dell’aereo. Poi ci siamo chiesti: cosa può mangiare Dylan a Cosenza? Essendo vegetariano, sicuramente non potevamo avvicinarlo alle tipicità locali legate alla carne di maiale o alla salsiccia. Bisognava trovare continuamente una mediazione tra il nostro territorio e le caratteristiche del personaggio. Erano due mondi che si stavano incontrando, ma entrambi dovevano conservare la propria identità».
Il giorno della presentazione dell’albo ci fu una partecipazione enorme, con tantissimi fan in fila per avere una copia. Che atmosfera si respirava e quando hai realizzato che quell’operazione aveva superato le aspettative?
«Fu una giornata memorabile. Ricordo persone che fecero più volte la fila e perfino qualcuno che aveva in braccio un figlio di sei mesi e chiedeva due copie. Fu una richiesta completamente superiore alle nostre aspettative. Naturalmente pensavamo che il progetto potesse avere un buon riscontro, sia tra il pubblico sia tra i collezionisti, ma andò molto oltre».
Oggi Un amore mostruoso a Cosenza è diventato un albo raro e molto ricercato. Ti aspettavi che avrebbe avuto una seconda vita così lunga?
«Già il giorno dopo la presentazione l’albo aveva raggiunto quotazioni incredibili su eBay. Ancora oggi è molto ricercato e, a distanza di dodici anni, continua a essere una sorta di pietra miliare per molti lettori e collezionisti di Dylan Dog. La tiratura fu estremamente limitata: fummo autorizzati a stampare 1.500 copie, delle quali 150 numerate e firmate dagli autori. Se pensiamo che Dylan Dog, negli anni del massimo successo, è arrivato a una platea di quasi un milione di copie vendute al mese, si capisce quanto 1.500 esemplari rappresentino oggi una rarità».
Che cosa significa Dylan Dog per te? E quanto pensi abbia rappresentato, soprattutto negli anni Novanta, l’immaginario di una generazione fatta di inquietudini, musica, cinema, solitudine e voglia di sentirsi diversa?
«Per me, che sono un lettore appassionato di fumetti, Dylan Dog rappresenta una delle più grandi novità e una delle più grandi intuizioni del fumetto contemporaneo. La grande intuizione di Tiziano Sclavi è stata riuscire a unire il fumetto autoriale e quello popolare: introdurre temi alti, citazioni, riferimenti alla musica e alla letteratura dentro un fumetto che poteva essere letto e seguito da tutti. Sclavi ha costruito diversi livelli di lettura. In superficie c’è un investigatore affascinante, vegetariano, pacifista, con caratteristiche che hanno significato molto per la generazione cresciuta tra gli anni Ottanta e Novanta. C’è una trama, un assassino o un mostro da scoprire, e quindi anche il lettore più veloce può seguire una storia avvincente. Ma se si va più in profondità si trova uno spessore che può essere quello di un romanzo. Dylan è estremamente introspettivo e le sue storie molto spesso hanno un finale aperto. Non è l’investigatore che arriva e ti risolve il caso. È quello che ti prende per mano e ti porta dentro le tue paure. Ed è questa, secondo me, la sua grande forza».
Eppure Dylan ha ormai quarant’anni. Quanto è difficile far invecchiare un personaggio che, a differenza di altri, è costretto a vivere nel presente?
«Creare un fumetto di così grande successo e riuscire a farlo sopravvivere nel tempo è un’operazione molto complessa. Negli anni Ottanta e Novanta c’erano un certo sentire e una determinata percezione di temi che appartenevano profondamente a Dylan: il suo essere colto, introspettivo, vegetariano, pacifista. Non necessariamente quelle sensibilità rimangono identiche con il passare del tempo. Da questo punto di vista è forse più semplice far vivere un personaggio come Tex Willer, che rimane all’interno di un tempo definito, quello del West, e quindi risente meno dei cambiamenti delle epoche. Dylan, invece, vive nel presente: cambiano i gusti, cambiano le persone, cambiano i sentimenti, ma lui è qui e vive e lotta insieme a noi».
Che augurio faresti a Dylan nel giorno dei suoi quarant’anni?
«Che possa continuare a vivere, ad adattarsi e a prenderci per mano».