Gasolio, speculazione e incentivi-trappola: perché l'agricoltura cosentina non riesce più a stare in piedi
Luca Pignataro, segretario di Cia Calabria Nord e proprietario di un’azienda agricola a Bisignano, racconta una crisi che stritola i conti, tra rincari e lucro da parte delle filiere distributive: «Il contadino diventa sempre più povero e il commerciante sempre più ricco»
La mattina comincia presto, nelle campagne della provincia di Cosenza. Il trattore parte, la terra si lavora, la merce si raccoglie e si impacchetta. Poi arriva il momento della vendita, e i conti non tornano. Non tornano quasi mai, ormai. A mettere a fuoco la crisi è Luca Pignataro, segretario di Cia Calabria Nord (Cosenza) e lui stesso produttore di ortaggi a Bisignano con la sua azienda Ortocrati. Una voce che conosce il problema grazie al lavoro quotidiano nei campi.
Dal carburante agli imballaggi, tutto aumenta tranne i ricavi
Non è solo questione di carburante, anche se da lì conviene cominciare. Come spiega Pignataro, infatti, «il carburante è un costo che non riusciamo a scaricare e non abbiamo nessun tipo di agevolazione». Un rincaro che negli ultimi mesi ha raggiunto e superato il 30%, ma che trascina con sé una cascata di aumenti collaterali: fertilizzanti, fitosanitari, imballaggi, trasporti.
«Il cartoncino è aumentato, la vaschetta di plastica è aumentata, è tutto aumentato», sottolinea il segretario. Una pressione che si scarica interamente sulle spalle del produttore, «perché i listini non li decide il coltivatore, ma il mercato, e tendenzialmente sono in diminuzione». L'anno scorso le fragole – racconta il segretario di Cia Cosenza – si vendevano a otto euro a padella; quest'anno si è scesi a cinque, con costi di produzione anche superiori.
A peggiorare il quadro concorre la concorrenza sleale dei mercati esteri: «Le altre nazioni hanno costi minori, riescono a mandare prodotti qui da noi e ci uccidono», evidenziando la presenza di una competizione ad armi impari.
Sul fronte della manodopera, la situazione è altrettanto critica. Le piccole aziende agricole – quelle che offrono quattro, cinque ore di lavoro al giorno – faticano a trovare operai disposti a presentarsi: «L'operaio che deve prendere la macchina, farsi venti chilometri e andare a lavorare deve sostenere anche un costo. Con il gasolio alle stelle si fa due conti e capisce che non conviene».
Trattori fermi nel fango, motori che consumano di più: il clima aggrava i conti
Ci sono poi alcune tipologie di colture particolarmente esposte. «I seminativi come grano e mais sono tra i più colpiti», indica il segretario, il quale evidenzia anche come le variabili climatiche si siano aggiunte all'equazione in modo sempre più imprevedibile: «La settimana scorsa ha piovuto tanto, i trattori sono rimasti fermi nei campi. Poi è arrivato il vento, ha asciugato il terreno e lo ha reso durissimo».
Risultato: quando finalmente si riesce a lavorare, il mezzo meccanico fa più sforzo, consuma di più, costa di più. E tra le lavorazioni più penalizzate non c'è solo l'aratura: «Ci sono la trinciatura, la pulizia dei terreni, l'irrigazione. Quando partirà la campagna irrigua, dovremo rimettere gasolio nelle motopompe. Quanto ci costerà?»
Un capitolo a parte merita la questione dei trattori. Negli anni, le politiche di incentivazione all'acquisto di nuovi mezzi agricoli hanno spinto molte aziende verso macchine sempre più grandi e potenti. «Prese dall'euforia per le opportunità disponibili, hanno comprato trattori più grossi», racconta Pignataro. Ma quei trattori, oggi, consumano di più. E i moderni motori richiedono anche il carburante AdBlue, un costo aggiuntivo che si somma al resto.
Anche i distributori di carburante vivono una situazione paradossale, in cui l'incertezza sui prezzi futuri ha ridotto le scorte nei magazzini. «Prima, quando i carburanti aumentavano, i fornitori li portavano comunque. Ora devi fare l'ordine preciso, devi aspettare». Un problema di programmazione che si aggiunge a tutto il resto.
Speculazione di filiera e incentivi-trappola: il contadino paga due volte
Ma è quando si parla di distribuzione e grande filiera che il tono di Pignataro si fa più duro. «C'è una grossa speculazione, un vero dramma», afferma. I numeri che cita parlano da soli: «Io vendo una cassetta da otto vaschette di fragole a cinque euro. Dal fruttivendolo o al supermercato, la singola vaschettina la vendono anche a tre euro l'una. Così il contadino diventa sempre più povero e il commerciante sempre più ricco». La sua proposta è pratica: «Dobbiamo mettere il consumatore a conoscenza e organizzarci per fare vendite dirette. La speculazione non va più bene».
Sul fronte della transizione energetica, il quadro che emerge è quello di un'occasione mancata, o peggio ancora, di un investimento trasformato in trappola. Molte aziende hanno aderito agli incentivi per installare pannelli fotovoltaici su serre e strutture agricole. Salvo poi scoprire che immettersi nella rete elettrica comporta costi proibitivi.
«Conosco un'azienda che ha installato 70 kw\h di impianto, spendendo 110mila euro, con un incentivo statale di 67mila euro. Per allacciarsi alla rete, Enel le ha chiesto quasi cinquantamila euro di preventivo», racconta Pignataro. Un conto che vanifica ogni logica d'investimento: «Ci hanno incentivato, abbiamo fatto gli impianti, e poi ci siamo trovati bloccati. È insostenibile. Mandi in crisi l'azienda». Una stortura che non riguarda tutto il territorio in modo uniforme – ci sono zone dove l'allaccio avviene senza problemi – ma che laddove si verifica diventa insormontabile.
Il futuro? «Sarebbe bello cercare nuove fonti di energia, ma con il trattore elettrico la vedo dura: esistono solo prototipi». La risposta immediata, per Pignataro, è un'altra: fermare la speculazione, pagare la merce a giusto prezzo, garantire ricarichi ragionevoli lungo tutta la filiera. «Il consumatore non può pagare un chilo di pomodori sette euro se al produttore danno un euro o poco più. Lo pagano tre euro e lo vendono a cinque: così dovrebbe essere. Sennò, io la vedo difficile che si abbassi il prezzo del gasolio o dei fertilizzanti. Quando aumentano, aumentano di trenta centesimi. Poi tolgono le accise ma i venti centesimi in più rimangono sempre. È un dato di fatto che abbiamo visto negli anni».