Crisi energia, Crosetto avverte: «Molto potrebbe chiudere nel giro di un mese»
Il ministro della Difesa conferma il rischio di misure drastiche se la guerra con l’Iran proseguirà e lo Stretto di Hormuz resterà bloccato
La crisi energia in Italia entra in una fase sempre più delicata e il governo inizia a ragionare su scenari che fino a poche settimane fa sembravano estremi. A rilanciare l’allarme è stato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, che in un’intervista al Corriere della Sera ha confermato un quadro preoccupante: «non tutto, ma molto» potrebbe chiudere nel giro di un mese.
Il tema è tornato al centro del dibattito dopo le parole del commissario europeo all’Energia Jørgensen e dopo le ammissioni arrivate anche dalla presidente del Consiglio sulle riserve insufficienti del Paese. Il punto decisivo riguarda l’evoluzione del conflitto con l’Iran e la riapertura dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per i flussi energetici. Se la guerra dovesse proseguire e il blocco non rientrare rapidamente, anche per l’Italia l’ipotesi di un vero e proprio lockdown energetico smetterebbe di essere teorica.
Crosetto ha spiegato che i margini di manovra restano ridotti, soprattutto senza una risposta coordinata a livello europeo. In questo contesto, Bruxelles si starebbe preparando agli scenari peggiori, mentre Roma valuta contromisure che potrebbero incidere sulla vita quotidiana dei cittadini e sull’attività produttiva.
Il primo nodo riguarda il gas. Secondo le ipotesi che circolano, il flusso potrebbe rallentare già entro tre settimane. Per questo motivo il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin, potrebbe intervenire sulle scorte e sul contenimento dei consumi, riprendendo strumenti già adottati nel 2022 durante la crisi seguita all’invasione russa dell’Ucraina.
Sullo sfondo resta anche il rischio di razionamento energetico. Al momento non è arrivata una comunicazione ufficiale da parte delle istituzioni, ma prende corpo la possibilità di un piano con limitazioni obbligatorie per evitare l’aggravarsi della crisi o un collasso del sistema. Le prime misure potrebbero riguardare i consumi domestici, a partire dall’uso dei condizionatori. Tra le ipotesi più vicine c’è quella di ridurre di un grado la temperatura o di tagliare di un’ora il loro utilizzo quotidiano.
Accanto a queste valutazioni si moltiplicano anche le proposte politiche e tecniche. C’è chi ipotizza un ritorno temporaneo al carbone, chi spinge per accelerare ulteriormente sulla produzione da fonti rinnovabili e chi, come la Lega, rilancia la necessità di riprendere le forniture di gas dalla Russia. Soluzioni diverse, che riflettono il livello di tensione attorno a una crisi destinata a incidere sulle scelte energetiche del Paese.
Nel medio periodo potrebbero poi scattare misure più ampie. Si ragiona sul taglio dell’illuminazione di edifici pubblici, monumenti e luoghi simbolici, ma anche sulla rimodulazione dell’attività industriale nei settori più energivori, come acciaio e meccanica. Si tratta di comparti che, in caso di emergenza, potrebbero subire rallentamenti o limitazioni per salvaguardare gli approvvigionamenti essenziali.
Anche la mobilità potrebbe finire nel piano di contenimento. Tra le opzioni allo studio figurano il sistema delle targhe alterne e il ricorso più esteso allo smart working, soprattutto nel settore pubblico e, dove possibile, anche nel privato. L’obiettivo sarebbe ridurre gli spostamenti non indispensabili e contenere il consumo di carburante.