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05/09/2026 ore 16.55
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El Niño spiegato bene: cos’è davvero e cosa può significare per l’Italia

Può modificare piogge, temperature e circolazione atmosferica a migliaia di chilometri di distanza. Ma non è una perturbazione diretta verso l’Europa e non consente di prevedere da solo che inverno avremo

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Ogni volta che torna El Niño tornano anche gli allarmi: caldo eccezionale, inverno anomalo, siccità, piogge estreme. Ma prima di chiedersi che cosa possa accadere in Italia bisogna capire che cosa sia realmente questo fenomeno. E soprattutto chiarire cosa non sia.

El Niño non è una perturbazione che nasce nel Pacifico per poi spostarsi verso l’Europa. Non è una massa di aria calda destinata ad arrivare nel Mediterraneo. È qualcosa di molto più grande e complesso: un'alterazione periodica del sistema formato dall'oceano Pacifico tropicale e dall'atmosfera sovrastante, capace di modificare alcuni dei grandi equilibri della circolazione atmosferica mondiale.

Ed è proprio questa capacità di agire a distanza a renderlo uno dei fenomeni climatici naturali più importanti del pianeta.

Tutto comincia nel Pacifico

Per capire El Niño bisogna visualizzare il Pacifico equatoriale come un'enorme distesa d'acqua compresa tra le coste del Sud America, a est, e Indonesia e Australia, a ovest.

In condizioni normali, lungo l'Equatore soffiano gli alisei, venti che procedono prevalentemente da est verso ovest.

Questi venti esercitano una spinta sulla superficie dell'oceano e contribuiscono ad accumulare le acque superficiali più calde verso Indonesia e Australia. Il risultato è una differenza importante tra le due estremità del Pacifico: a ovest si concentrano acque molto calde, mentre davanti alle coste del Perù e dell'Ecuador avviene un fenomeno quasi opposto. Qui risalgono dalle profondità acque più fredde e ricche di nutrienti. È il cosiddetto upwelling, un processo fondamentale anche per la straordinaria produttività degli ecosistemi marini e della pesca lungo le coste sudamericane.

Ma oceano e atmosfera non sono due sistemi separati.

Sopra le acque molto calde del Pacifico occidentale aumenta l'evaporazione. L'aria calda e umida sale, favorendo la formazione di grandi sistemi nuvolosi e precipitazioni. Più a est, invece, l'aria tende a scendere.

Si crea così una gigantesca circolazione atmosferica equatoriale chiamata circolazione di Walker.

È questo, molto semplificando, il funzionamento ordinario del Pacifico tropicale.

Cosa cambia quando arriva El Niño

Periodicamente questo equilibrio si altera. Gli alisei si indeboliscono e la grande massa di acqua calda normalmente concentrata nel Pacifico occidentale comincia a estendersi verso il centro e verso le coste sudamericane.

Contemporaneamente diminuisce la risalita delle acque profonde e fredde davanti a Perù ed Ecuador.

Il risultato è un riscaldamento anomalo di vaste porzioni del Pacifico equatoriale centrale e orientale.

Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. El Niño non è semplicemente un oceano più caldo.

Il cambiamento della temperatura marina modifica infatti la pressione atmosferica, i venti e la posizione delle grandi zone di precipitazione tropicale. A loro volta, i cambiamenti atmosferici intervengono nuovamente sull'oceano.

È quindi un fenomeno nel quale oceano e atmosfera interagiscono e si influenzano reciprocamente.

Il sistema complessivo prende il nome di ENSO, El Niño-Southern Oscillation. El Niño ne rappresenta la fase calda.

La fase opposta è La Niña, durante la quale gli alisei tendono a rafforzarsi e le acque del Pacifico equatoriale centrale e orientale risultano più fredde della media. Tra le due esiste poi una condizione definita neutrale.

Non è un meccanismo regolare come le stagioni: gli episodi ENSO si presentano a intervalli irregolari, generalmente nell'ordine di alcuni anni, e possono avere durata e intensità molto differenti.

Perché si chiama El Niño

Il nome ha origini molto precedenti alla moderna climatologia.

I pescatori delle coste del Perù avevano osservato da tempo che, in alcuni anni, intorno al periodo natalizio le acque diventavano insolitamente calde e la disponibilità di pesce poteva diminuire.

Quella corrente venne chiamata El Niño, “il Bambino”, in riferimento al Bambino Gesù.

Solo successivamente gli scienziati compresero che l'anomalia osservata lungo le coste sudamericane era soltanto la manifestazione locale di un meccanismo enormemente più vasto, che coinvolge una parte consistente del Pacifico tropicale e la sua atmosfera.

Perché un fenomeno nel Pacifico interessa tutto il pianeta?

È questa la domanda fondamentale. Il Pacifico tropicale occupa un'area enorme e contiene quantità immense di energia. Modificare la temperatura superficiale di una porzione così vasta dell'oceano significa modificare anche gli scambi di calore e umidità con l'atmosfera.

Soprattutto, cambia la posizione delle grandi aree tropicali nelle quali l'aria calda sale e produce precipitazioni.

La perturbazione può quindi propagarsi attraverso la circolazione atmosferica e modificare le probabilità di determinate condizioni meteorologiche anche a migliaia di chilometri di distanza.

I climatologi chiamano questi collegamenti teleconnessioni.

Ecco perché El Niño può essere associato a piogge molto abbondanti in alcune regioni, siccità in altre, cambiamenti delle temperature e perfino variazioni nell'attività dei cicloni tropicali.

Gli effetti, però, non sono uguali in ogni parte del mondo.

Ed è qui che bisogna distinguere la climatologia dai titoli catastrofistici.

Cosa rischia davvero l'Italia

Per l'Italia la relazione è molto meno diretta rispetto alle regioni che si affacciano sul Pacifico.

Tra noi e il luogo in cui nasce El Niño ci sono non soltanto migliaia di chilometri, ma soprattutto altri grandi sistemi capaci di determinare il tempo europeo.

Il segnale proveniente dal Pacifico deve interagire con la circolazione del Nord Atlantico, con la corrente a getto, con la North Atlantic Oscillation (NAO), con il vortice polare e la stratosfera e, infine, con le condizioni del Mediterraneo.

Questo significa che non esiste un'equazione El Niño forte uguale inverno caldo in Italia, così come non esiste l'automatismo El Niño uguale siccità o El Niño uguale alluvioni.

Due episodi di intensità simile possono accompagnarsi a inverni europei molto differenti.

El Niño può modificare le probabilità che determinate configurazioni atmosferiche si verifichino, ma non permette di stabilire oggi se a gennaio farà freddo a Roma, se nevicherà al Nord o se avremo un inverno particolarmente piovoso al Sud.

El Niño non provoca direttamente le alluvioni italiane

Anche l'associazione tra El Niño ed eventi meteorologici estremi nel Mediterraneo deve essere trattata con cautela.

Un Mediterraneo molto caldo può mettere a disposizione dell'atmosfera grandi quantità di calore e vapore acqueo. Se arriva una configurazione meteorologica favorevole allo sviluppo di precipitazioni intense, questa energia può contribuire ad alimentare fenomeni molto violenti.

Ma il mare caldo, da solo, non produce un'alluvione. E tantomeno è El Niño, dall'altra parte del pianeta, a provocare direttamente un nubifragio in Italia.

Devono verificarsi contemporaneamente determinate condizioni atmosferiche, dinamiche e locali.

El Niño può intervenire molto più a monte, alterando alcuni equilibri della circolazione planetaria. Confondere i due livelli significa attribuire a un singolo fenomeno una capacità causale che non possiede.

Non è neppure sinonimo di cambiamento climatico

Un'altra distinzione è fondamentale.

El Niño non è provocato semplicemente dal riscaldamento globale. ENSO è una componente naturale del sistema climatico terrestre ed esisteva molto prima dell'attuale riscaldamento causato dalle attività umane.

Il cambiamento climatico antropogenico e El Niño sono quindi fenomeni differenti.

Possono però sovrapporsi.

El Niño tende infatti temporaneamente ad aumentare la temperatura media globale perché trasferisce una grande quantità di calore dall'oceano all'atmosfera. Se questo fenomeno si verifica su un pianeta che ha già raggiunto temperature molto elevate a causa dell'accumulo dei gas serra, le due componenti possono sommarsi, favorendo valori globali particolarmente alti.

La ricerca scientifica sta inoltre studiando se e come il riscaldamento globale possa modificare in futuro frequenza, intensità o conseguenze degli eventi ENSO. Ma affermare semplicemente che “El Niño è causato dal cambiamento climatico” è scorretto.

Il punto da ricordare

El Niño va dunque osservato con attenzione, ma senza trasformarlo in una previsione meteorologica universale.

È uno dei grandi meccanismi naturali attraverso cui oceano e atmosfera redistribuiscono energia sul pianeta. Quando il Pacifico tropicale cambia, una parte della macchina climatica mondiale cambia insieme a lui.

Ma le conseguenze diventano progressivamente meno dirette man mano che ci si allontana dal Pacifico.

Per l'Italia questo significa una cosa molto precisa: El Niño può influenzare lo scenario nel quale si svilupperanno autunno e inverno, ma non può dirci da solo quale tempo avremo.

Per formulare una previsione stagionale europea bisogna osservare contemporaneamente Pacifico, Atlantico, Mediterraneo, corrente a getto, stratosfera e altri indici della circolazione atmosferica.

È questa la differenza tra dire che El Niño può influenzare il clima e sostenere che El Niño possa prevedere il nostro inverno.

La prima affermazione è scientificamente fondata. La seconda, semplicemente, no.