Garlasco, l’ex comandante ammette errori: «Su Sempio avremmo approfondito»
Il colonnello Gennaro Cassese, tra i primi nella villetta dei Poggi, riapre il dibattito sulle indagini: «Con la traccia 33 nel 2007 avremmo fatto altri accertamenti»
A quasi vent’anni dal delitto di Chiara Poggi, il caso di Garlasco torna a caricarsi di interrogativi, dubbi e riletture investigative. A riaccendere il confronto è l’intervista rilasciata a Tgcom24 dal colonnello Gennaro Cassese, tra i primi a entrare nella villetta dei Poggi nell’agosto del 2007, dove fu trovato il corpo senza vita della giovane. Le sue parole pesano perché arrivano da chi quelle indagini le ha vissute dall’interno e oggi riconosce che alcuni passaggi, col senno di poi, avrebbero potuto essere gestiti diversamente.
Il punto più delicato riguarda Andrea Sempio e la cosiddetta traccia 33. Cassese lo dice apertamente: «Se nel 2007 avessimo avuto la traccia 33 avremmo fatto altri accertamenti su Andrea Sempio». Una frase che riporta al centro il tema delle verifiche non compiute allora e del possibile diverso sviluppo investigativo che ne sarebbe potuto derivare.
Cassese: «Su Sempio avremmo fatto altri accertamenti»
Nell’intervista, l’ex comandante spiega che all’epoca la traccia oggi tornata al centro della nuova inchiesta era considerata un elemento non utile. «Nel 2007 era un elemento sconosciuto. I colleghi del RIS ci dissero che non era un elemento utile. Se l’avessi avuta a disposizione avrei fatto ulteriori approfondimenti su Sempio», afferma.
Cassese, però, aggiunge anche una valutazione cauta sul peso di quell’elemento, osservando che si tratta di un indizio che, da solo e per di più non insanguinato, avrebbe un valore limitato. «Anche se quale unico indizio e per di più non insanguinata, a mio avviso ha poco valore: per come sono fatte le scale di quella casa è facile appoggiarsi al muro per scendere», dice.
È una precisazione importante, perché da una parte riconosce che quella traccia avrebbe meritato approfondimenti, dall’altra non le attribuisce automaticamente un significato decisivo sul piano accusatorio.
Gli errori nelle indagini: bicicletta e allarme
Il colonnello ammette poi con nettezza che nelle prime indagini ci sono stati errori. È un passaggio che non alleggerisce il peso della vicenda, ma anzi lo rende ancora più evidente.
«Gli errori dell’Arma ci sono stati», afferma, indicando due mancate verifiche precise: «Non aver sequestrato la bicicletta di Alberto Stasi e non aver controllato se l’allarme fosse attivato o disattivato nell’officina degli Stasi».
Sono ammissioni che riportano il caso su uno dei terreni più delicati di sempre: quello delle occasioni investigative perdute e dei vuoti che, a distanza di anni, rendono più difficile arrivare a certezze definitive. Cassese lo dice in un altro passaggio: «Oggi avremmo potuto avere certezze in più».
«Se emergono nuovi elementi, ben venga»
Alla domanda su come vivrebbe un’eventuale smentita delle indagini precedenti da parte di quelle nuove, Cassese risponde senza esitazioni. «No, vivrei tutto con serenità. Noi abbiamo fatto quello che potevamo con le tecniche scientifiche del tempo. Se oggi emergeranno altri elementi utili a ricostruire quello che è accaduto, ben venga».
È una posizione che prova a tenere insieme due piani: la difesa del lavoro svolto nel contesto tecnologico e scientifico del 2007 e l’apertura alla possibilità che strumenti e letture successive possano modificare il quadro. In questo equilibrio si inserisce anche il suo auspicio più generale: «Spero si decida in fretta: fugare ogni dubbio serve per riportare serenità».
L’ipotesi di più persone sulla scena del crimine
Tra i passaggi più interessanti dell’intervista c’è poi il riferimento alla possibilità che sulla scena del delitto potessero esserci più persone. Cassese chiarisce di non aver mai escluso del tutto questa eventualità.
«È un’ipotesi che abbiamo considerato: se Stasi non aveva le scarpe sporche ma sapeva descrivere il corpo di Chiara, allora poteva esserci qualcuno con lui», spiega. Ma subito dopo aggiunge che né le analisi scientifiche né le indagini tradizionali portarono elementi in grado di sostenere davvero quella pista. «Poi dalle analisi scientifiche non emerse nulla e, anche dalle indagini tradizionali, nulla ci portò a sostenere questa pista».
Il passaggio è significativo perché mostra come l’ipotesi fosse stata presa in esame, ma mai consolidata in un quadro probatorio ritenuto sufficiente.
Le domande su Sempio e lo scontrino
Cassese conferma inoltre di aver chiesto di risentire Andrea Sempio nel gennaio del 2008, dopo alcune dichiarazioni rese ai colleghi di Pavia. L’obiettivo era chiarire i suoi movimenti e alcune circostanze ritenute meritevoli di approfondimento.
«Volevo chiedergli cosa avesse fatto quel giorno e perché avesse chiamato a casa dei Poggi», spiega. Sempio, ricorda Cassese, sostenne di aver voluto chiamare il fratello di Marco, ma di aver sbagliato numero. Poi consegnò il noto scontrino, che fu trasmesso in procura insieme agli altri elementi raccolti.
Secondo l’ex comandante, all’epoca non emersero dati tali da giustificare ulteriori approfondimenti. «Abbiamo trasmesso tutto in procura e non abbiamo ritenuto ci fossero ulteriori elementi da approfondire». Alla domanda se quello scontrino potesse rappresentare un alibi precostituito, Cassese risponde in modo secco: «No, nel 2008 non c’erano elementi per sostenerlo». E aggiunge anche che, in quel momento, «la versione di Sempio fu lineare».