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21/05/2026 ore 09.05
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Il tunnel sbagliato, il dosso di sabbia e l’aria finita: così i sub italiani potrebbero essere morti nella grotta di Dhekunu Kandu

Emergono nuovi dettagli sulla tragedia avvenuta nelle profondità dell’atollo di Vaavu. Gli esperti escludono il risucchio: decisivi disorientamento e conformazione della grotta

di Redazione

Non un improvviso risucchio nelle profondità della grotta, ma un errore di orientamento provocato dalla conformazione stessa del fondale. È questa, al momento, l’ipotesi considerata più credibile nella ricostruzione della tragedia costata la vita a cinque sub italiani nelle acque dell’atollo di Vaavu Atoll, alle Maldive.

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I nuovi dettagli emergono dalle testimonianze dei sub finlandesi impegnati nelle operazioni di recupero e dagli esperti di Dan Europe, che in queste ore stanno completando le attività all’interno della grotta di Dhekunu Kandu.

La ricostruzione descrive una cavità molto più insidiosa di quanto possa apparire all’ingresso. Dopo un’immersione di circa 50 metri, i sub raggiungono una prima camera relativamente ampia e luminosa. Da lì parte un corridoio stretto lungo circa 30 metri che conduce a una seconda camera più profonda, intorno ai 65 metri.

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Ed è proprio durante il ritorno che sarebbe avvenuto il dramma.

Secondo quanto riferito dagli esperti, nella seconda camera è presente un dosso sabbioso naturale creato dalle correnti marine. Una formazione che, durante il percorso di rientro, può alterare completamente la percezione dello spazio e nascondere l’imbocco corretto del tunnel di uscita.

Accanto al corridoio giusto esisterebbe infatti un secondo passaggio cieco, senza via di fuga. Ed è proprio lì che sono stati trovati quattro dei cinque corpi.

“La parete di sabbia sembra quasi chiudere il tunnel corretto”, spiegano gli specialisti che hanno partecipato alle immersioni di recupero. Una condizione che avrebbe potuto disorientare il gruppo, inducendolo a imboccare il cunicolo sbagliato mentre l’aria delle bombole diminuiva rapidamente.

Il quinto sub, la guida Gianluca Benedetti, sarebbe stato invece ritrovato nella prima camera della grotta, forse mentre tentava di raggiungere l’uscita.

Determinante sarebbe stato anche il tipo di attrezzatura utilizzata. I sub disponevano di bombole standard da 12 litri, con un’autonomia estremamente ridotta a quelle profondità. Secondo gli esperti, a oltre 60 metri di profondità il consumo d’aria aumenta drasticamente, soprattutto in condizioni di stress e panico.

A complicare ulteriormente la situazione ci sarebbe stata l’assenza del cosiddetto “filo d’Arianna”, il cavo guida normalmente utilizzato nelle immersioni speleosubacquee per ritrovare l’uscita anche in condizioni di visibilità nulla. Secondo quanto emerso, il filo non sarebbe stato trovato all’interno della grotta.

I sub finlandesi impegnati nel recupero hanno inoltre escluso una delle ipotesi circolate nelle prime ore, quella di una forte corrente capace di trascinare il gruppo verso l’interno. “La grotta respira — hanno spiegato — ma la corrente è minima, non abbastanza forte da risucchiare qualcuno”.

Resta ora da chiarire se il gruppo fosse autorizzato a effettuare un’immersione di tipo speleosubacqueo avanzato. L’avvocata del tour operator italiano avrebbe dichiarato che nessuno dei partecipanti risultava in possesso di brevetto “full cave”, necessario per la penetrazione completa in grotte sommerse.

Le indagini proseguono anche attraverso l’analisi dei computer subacquei e delle eventuali immagini registrate dalle GoPro utilizzate durante l’immersione. Saranno quei dati a permettere agli investigatori di ricostruire con precisione profondità, tempi, spostamenti e ultimi movimenti del gruppo prima della tragedia.